Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

strutturale e quindi di futuro che possono aprirsi (e forse già si stanno aprendo per l ’ Italia) anche al di fuori di esiti gravi sul terreno politico e militare. Sono aperti dilemmi reali sulla for mazione e l ’ uso delle risorse mondiali, sul dare e avere dei di versi Paesi, insomma su chi deve pagare le spese e le conseguen ze delle ristrutturazioni in atto. E dietro e al di là delle frasi di circostanza e del gergo politico, i conti da fare e da tirare sono e saranno duri. Tante tensioni politiche e la crisi stessa della di stensione hanno questo retroterra corposo. In una partita che si fa così importante e pesante, si può scartare la ipotesi di spinte centrifughe e disaggreganti anche all ’ interno dei vari Paesi, e dentro le differenti aree dello stesso Occidente? Non lo credo. Se mi consentite un riferimento personale, mi pare di esse re un autonomista convinto: da tempi lontani; e di essere fra quelli che hanno visto e interpretato lo sviluppo delle autono mie e di una politica di decentramento statale non come con cessione a ideologie e programmi del passato, ma come rispo sta a problemi e contraddizioni del capitalismo maturo. Ma proprio questa motivazione attuale delle politiche autonomisti- che porta a riconoscere le possibili diverse letture, le «ambigui tà» che esse recano con sé, gli sbocchi differenti o controversi a cui esse possono dar luogo. Io non ritengo affatto si possa escludere che di fronte all ’ asprezza e alla portata dello scontro mondiale si sviluppino illusioni di autosufficienza regionali, e in effetti — dietro a queste illusioni — tendenze verso chiusure localistiche e verso forme di corporativismo anche territoriale: insomma di accettazione di una «dipendenza» e al tempo stesso di un ’ acutizzazione di squilibri territoriali, internazionali e so ciali. Appunto: anche crisi di identità nazionali; disaggregazior ni e riaggregazioni; nuove contrapposizioni tra aree «forti» e aree deboli. A mio parere nel risorgere di un regionalismo a li vello europeo — insieme con il bisogno di autonomia — ci so no anche spinte di questo genere, possibilità di questi sbocchi. Dobbiamo saperlo e dircelo. Ecco perché mi sembra importante, nella ricerca del «Gramsci», lo stretto nesso tra la riflessione sulla esperienza emiliana e lo sviluppo nazionale. E mi sembra significativa an che l ’ angolazione «critica» che si è dato consapevolmente a questa ricerca. Parliamoci chiaro. Noi stiamo andando ad una verifica elettorale di grande significato: per l ’ incidenza politica generale che essa avrà e per il vaglio specifico a cui verranno sottoposti — dopo un decennio — l ’ esperienza regionale e l ’ uso che è stato fatto delle istituzioni regionali. A questo proposito, c ’ è qui in Emilia un tale patrimonio accumulato che la tendenza a limitarsi ad una valorizzazione ha una sua ragione e legittimi tà. Non è stato così. Dalle relazioni e dal dibattito è emersa in vece la tendenza a respingere sia le minimizzazioni che puntano a presentare l ’ esperienza emiliana come un fatto del tutto «peri ferico» (ecco la polemica con le tesi di Bagnasco e Messori), sia l ’ enfatizzazione di una sorta di «modello» emiliano (ecco la po lemica con certi aspetti delle tesi di Prodi). Ebbene, perché non sottolineare il significato di questa im postazione che rifiuta — pur dinnanzi a tante realizzazioni — un taglio apologetico, una chiusura in se stessi? Io la condivi do; e condivido il metodo praticato nel convegno: questo meto

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