Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
spingerebbe anche a promuovere, stimolare la formazione di un «terziario» moderno, che sappia guardare sia all ’ azienda, sia alla società, e spinga a integrazioni e connessioni di cono scenze e competenze, a un discorso sulla produttività, sulla ra zionalità, sulla efficienza non tutto chiuso dentro i vecchi para metri ma innovativo, aperto a vedere nei nuovi bisogni le po tenzialità creative, l ’ affermarsi di nuove scale di valori, la ten sione verso una «tecnicità» che valorizzi il salto in avanti della coscienza delle masse. Non mi sembrano ragionamenti nelle nuvole. Intanto io annoto che è su questi terreni che assai probabilmente va verifi cata ed aggiornata quella politica di alleanze con il ceto medio produttivo, che qui da voi ha trovato una così forte caratteriz zazione. Abbiamo detto del significato e delle conquiste che hanno contrassegnato la politica. Forse sono da sottolineare di più i conflitti e le contraddizioni a cui essa ha dovuto far fronte, superando certe letture — secondo me — troppo tranquille, troppo «ireniche». Soprattutto è da ribadire che gli approdi e le conquiste di tale politica non fanno un ’ isola sicura e garantita, ma sono dentro lo scontro attuale, esposte alla iniziativa dell ’ avversario e a tutte le implicazioni delle ristrutturazioni che le classi dominanti cercano di fare passare. Non è un segno di ciò l ’ apologetica del «sommerso» e il tentativo di inchiodare a questa prospettiva tante zone dei ceti medi, e della piccola e media impresa? Una risposta a questa pressione conservatrice sul ceto me dio produttivo — l ’ ha sottolineato giustamente Capecchi — non può consistere nel trasferire meccanicamente nella piccola e media impresa le forme di intervento e di controllo valide per la grande fabbrica. Bisogna avere proposte e prospettive speci fiche, che sappiano fare i conti con le forme (e le ragioni) di la voro precario, di part-time, di doppio lavoro, di professionali tà fluttuante, e anche di mobilità «spontanea», attraverso le quali si realizza oggi il rapporto fra piccola e media impresa e tutta una fascia del mercato del lavoro, e tanta parte delle nuo ve generazioni. Forse bisogna lavorare di più a costruire pro getti, ipotesi produttive e sociali — e perciò movimenti ed espe rienze reali — che indichino praticamente e propositivamente a ceti intermedi le potenzialità insite nella coscienza, nella cultu ra, nella potenzialità creative delle nuove generazioni. Forse so lo così il discorso giustissimo sulla precarietà del vecchio tipo di sviluppo, sulle implicazioni di rottura che ha l ’ emergere del Terzo e del Quarto mondo, sul logoramento delle nozioni at tuali di produttività e delle tecniche dell ’ assistenzialismo, esce dal terreno dei moniti e degli appelli morali, e acquista caratte re positivo; apre strade concrete e trova gambe, forze reali di sostegno. Qui viene l ’ ultima considerazione che voglio fare. Abbia mo tutti coscienza del peso che ha avuto nell ’ esperienza emilia na e nelle sue conquiste l ’ uso sino in fondo della spinta all ’ asso ciazionismo, propria della nostra epoca e scaturita dalla nasci ta e dall ’ affermarsi della classe operaia e dal processo di prole tarizzazione. Non c ’ è dubbio che questo associazionismo è sta to contrassegnato da una forte presenza «partitica». Ma è gret to e sbagliato — secondo me — non vedere che questa presenza partitica ha avuto forza, proprio perché ha saputo attivare
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