Problemi della transizione 1980

Nuova «soggettività» e governo dello sviluppo

modificabilità del proprio ruolo; la mutazione dei rapporti at tuali tra studio, formazione professionale, lavoro; la ricerca di una nuova etica sessuale e della procreazione, non sembrano obiettivi conseguibili se non viene costruito un potere penetran te, e perciò anche sufficientemente flessibile e articolato, sui fi ni dell ’ attività produttiva e sui grandi apparati pubblici di ri produzione sociale. Se non diventa operante questo raccordo, la risposta alle contraddizioni aperte dalla nuova domanda femminile e giovanile sarà contrassegnata e gestita dai gruppi capitalistici dominanti, e non è difficile prevedere che essa pun terà alla manipolazione e distorsione dei nuovi bisogni, e avre mo se mai la moltiplicazione di «ghetti» di gruppi corporativi, di spinte sociali frantumate. Invece della saldatura tra la do manda di potere scaturita dalle lotte operaie dell ’ ultimo venten nio e la ricerca di una nuova «soggettività», cammineranno processi di divisione e contrapposizione all ’ interno delle masse popolari e delle forze di rinnovamento, con la tendenza a sal vezze particolari, a rifugi nel «privatismo», e anche a ritorni di una religiosità che rinuncia a cimentarsi con la storia e con il mondo. Ecco allora la necessità di coinvolgere nella battaglia per lo sviluppo i nuovi «soggetti», se vogliamo cogliere nel profon do e valorizzare il bisogno di autonomia che essi recano con sé, l ’ elemento di liberazione e di emancipazione che si coglie anche in movimenti confusi, la protesta contro forme di soggezione fissate nella storia e vissute oggi con una coscienza più acuta. Perciò mi sembra essenziale la costruzione di una dialettica de mocratica, che realizzi le condizioni e le forme di un tale coin volgimento, anche perché questa è la strada per collegare fra di loro le forze protagoniste di un cambiamento, per individuare (selezionare) obiettivi comuni, per definire tempi e prospettive. Qui io vedo una rimotivazione della dimensione regionale, che — per esser chiari — non mi sembra consistere nell ’ esser «più piccola» o «più vicina», ma proprio come snodo, momen to necessario di articolazione fra obiettivi qualificati di svilup po e organizzazione diffusa delle forze protagoniste: insomma come punto di cerniera in cui possono essere collegati, in modo non burocratico, l ’ «offerta» produttiva che viene direttamente dall ’ intervento pubblico, le dislocazioni territoriali, verso cui orientare lo sviluppo, la formazione e il governo della forza- lavoro, le conoscenze e le forme di partecipazione necessarie ad una nuova funzione del collocamento e ad una gestione demo cratica della mobilità del lavoro. Penso insomma ai «percorsi» a cui si riferiva la relazione di Capecchi, che non rimandino né alle grandi concentrazioni private né ad una estensione del bu rocratismo, ma attivino, sperimentino momenti di autogover no, di democrazia articolata, di contrattazione politica e socia le organizzata. In questo senso mi sembra che l ’ uso della istitu zione regionale potrebbe caratterizzarsi — più che in una spin ta alla gestione diretta, alla amministrazione in proprio, ad es sere uno «Stato» più piccolo — nello sviluppare invece una funzione «promozionale», come capacità di stimolare e creare le condizioni sia di una innovazione creativa diffusa, sia di un nuovo sviluppo associativo, di forme di socializzazione e — se si vuole adoperare questa «immagine» — di autogestione. Pro babilmente dare un tale orizzonte alla dimensione regionale

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