Problemi della transizione 1980
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
dati ideali che su fatti sociali), la questione del rapporto con il lavoro per i giovani si è rivelata più complessa e per certi versi più «interna» ai problemi del movimento dei lavoratori occu pati. A mio giudizio lo spazio per una valuta zione relativamente autonoma su questo aspetto viene dalla risposta che i giovani han no dato all ’ appello, lanciato da più parti, sulla «285» con un milione di iscrizioni'alle liste speciali, che non ha solo modificato alla radice le statistiche del nostro paese, che sottovaluta vano il fenomeno disoccupazione, ma con la continua alimentazione degli iscritti ha confer mato che pur con le molte delusioni sui risulta ti della 285 il problema esiste e continua a tro vare una importante disponibilità da parte dei giovani, confermata dalle iscrizioni. La delusione è certo arrivata per molti, ma non è corretto trarne conseguenze definitive, perché un milione di giovani in Italia e 25.000 circa in Emilia hanno confermato il loro inte resse per il problema «lavoro». A questo punto si potrebbero fare molte va lutazioni sul concetto di lavoro, sulle aspettati ve dei giovani, che per brevità qui non è possi bile fare in modo compiuto; il tratto essenziale ancora una volta è nel bene e nel male la quali tà del lavoro. Non solo in positivo, come aspi razione. Ma che in negativo, come rassegna zione al precariato. La questione giovani dunque permane in tutta la sua gravità, e permane in particolare la questione del rapporto con il lavoro.. L ’ esperienza fatta ha consentito di esamina re strade più flessibili per intervenire nel breve medio periodo nel mercato del lavoro, impo stando un raccordo con una struttura produt tiva che non cambierà immediatamente e con un giovane al quale non può essere chiesto di assumere un ’ immagine a somiglianza del posto di lavoro. Già questo è un terreno molto con creto di intervento del movimento dei lavora tori, tutt ’ altro che scontato e semplice, soprat tutto se si vuole garantire che la soluzione non sia a scapito dei giovani. L ’ intervento vero non può che essere alla ra dice, cioè in grado di creare una prospettiva di lavoro adeguata, nelle condizioni date, alle esigenze e alle qualità che i giovani sono in grado di esprimere. Con una battuta si può dire che se, dopo avere socialmente sostenuto il processo di sco larizzazione, l ’ utilizzo delle risultanze fosse a prescindere dalla scolarizzazione stessa, la so cietà non potrebbe certo affermare di avere be ne utilizzato le forze produttive disponibili.
Un ’ altra rapida osservazione va fatta rispetto alle aspettative che, attraverso il processo di scolarizzazione, risultano con una concezione tradizionale che considera subordinato e disdi cevole per definizione il lavoro manuale, con cezione che non possiamo accettare. Comunque, per concludere, il problema è che gli interventi in profondità nell ’ organizza zione del lavoro, nell ’ assetto produttivo e so ciale debbono sì partire, ma non solo, dalle aspettative dei giovani, con i loro interrogati vi, le loro esigenze. La questione non può essere affrontata solo sul versante della «provocazione» positiva che viene dai giovani, ma deve saldarsi con la ri cerca faticosa e difficile, che parte dai proble mi del movimento dei lavoratori per effettuare l ’ incontro di questi due elementi, oggi purtrop po così distinti e anche lontani. Il ragionamen to torna in sostanza a quanto detto prima, le sottolineature dei nuovi problemi, dei nuovi interrogativi non possono che essere posti a partire da un rapporto con le tematiche, giuste o sbagliate, del movimento dei lavoratori, pe na l ’ isolamento e l ’ insterilirsi della stessa «pro vocazione positiva».
I testi degli interventi pronunciati al seminario «L ’ Emilia-Romagna fra crisi e trasformazio ne» non pervenuti in tempo, saranno pubbli cati nel prossimo fasciolo.
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