Problemi della transizione 1980
Sociobiologia
scientifica; in effetti le osservazioni sperimentali riportate con larghezza non vengono collegate in modo logico con le conclu sioni che interessano l ’ autore ed anzi spesso sono in netto con trasto con esse. In questo sta forse la maggior originalità della tecnica di Wilson: difficilmente si potrà accusarlo di ignorare le osservazioni sperimentali più aggiornate; manca «soltanto» il legame tra le osservazioni riportate e le tesi sostenute dall ’ auto re. Questo tuttavia è difficilmente percepibile dal lettore non specializzato il quale sente invece l ’ assurdità delle conclusioni senza poter individuare il falso ragionamento. Nessun genetista di popolazione può essere tanto sprovve duto da far risalire ai soli effetti genici ed ai loro valori adattati vi quei fenomeni che vengono classificati sotto il nome di sele zione naturale. Certo, i modelli usati per fare previsioni sono basati sul comportamento di singoli geni: ciò accade perché non disponiamo di ipotesi che ci permettano di fare altrimenti; tuttavia le previsioni prodotte da questi modelli vengono solita mente «corrette» a posteriori con ipotesi di recupero che cerca no di attribuire a fattori non genetici le discrepanze esistenti tra le previsioni e le osservazioni. Ed è proprio qui la parte dove più facilmente si commetto no errori di valutazione. Il grosso problema dell ’ evoluzione per selezione naturale, proposta da Darwin, consiste infatti nello spiegare come malgrado la selezione subita per millenni, le po polazioni naturali mantengano una quantità di variabilità ge netica così elevata che nemmeno le più robuste spiegazioni a posteriori riescono a giustificare. Nel libro di Wilson il proble ma risulta aggravato dall ’ introduzione della consanguineità co me fattore favorito dalla selezione: questo farebbe prevedere l ’ esistenza di una quantità ancora minore di variabilità genetica rispetto a quella prevista dalle ipotesi neo-darwiniane. La dife sa della consanguineità come elemento di sostegno per la «pu rezza della razza» anche se solo relativa ai caratteri di compor tamento si scontra duramente con le conoscenze sperimentali più attuali. Da qui scaturisce il rozzo pasticcio tra consangui neità «positiva» per l ’ evoluzione dei caratteri sociali e «negati va» per la fitness e cioè per l ’ evoluzione biologica: tuttavia nell ’ esposizione del concetto di ereditabilità (che è funzione del la variabilità genetica) l ’ autore non esita ad affermare che que sta ereditabilità è consistente (e quindi che esiste gran variabili tà) per i caratteri di «intelligenza» al fine di poter affermare che i caratteri comportamentali hanno una determinazione geneti ca. Non è infatti possibile dimostrare che un carattere è deter minato geneticamente senza presenza di variabilità genetica. Certamente il grottesco capolavoro di Wilson è il capitolo 4, dove vengono accatastati modelli di genetica delle popola zioni, confondendo magari l ’ evoluzione con i risultati della se lezione, inframmezzati dalla affermazione ricorrente che esiste un rapporto diretto tra evoluzione dei caratteri sociali e con sanguineità, affermazione che, né in questo, né in altri capitoli trova mai il conforto di una sia pur parziale verifica sperimen tale. Così si viene delineando la connessione logica: evoluzione della socialità, selezione di gruppo, selezione parentale, consan guineità, dove la consanguineità è la causa prima della catena. Ovviamente l ’ autore cita un certo numero di opinioni di altri autori rispettabili che tuttavia non sono verificate sufficiente
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