Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Il «modello Emilia»: disintegrazione produttiva e integrazione sociale

che richiama l ’ interesse sulla economia del l ’ Emilia-Romagna, è la capacità di questa re gione di reggere di fronte alle crisi. Di norma, e ne è un esempio assai chiaro quanto è avve nuto nel 1974, la crisi arriva in Emilia con qualche ritardo, è meno intensa che nelle altre regioni del Paese, e si attenua più rapida mente. Se le statistiche sul reddito — e quelle sul reddito regionale — fossero più precise, tale andamento sarebbe di gran lunga più evidente. Ma anche altre aree del Paese sono capaci di passare attraverso la crisi in un modo relativa mente indolore: ed è utile, prima di cominciare ad esaminare in dettaglio la situazione emilia na, individuare quali siano le caratteristiche che queste aree hanno in comune tra loro, e con l ’ Emilia-Romagna. Il primo carattere, e forse il più importante, è il fatto che le zone che «tengono» sono spes so aree «monoculturali»: poco diversificate cioè, e con un gran numero di imprese, tutte impegnate nella produzione di un unico pro dotto. Gli esempi possibili sono molti. I guanti di Napoli, gli strumenti musicali delle Marche, i tessili di Prato, i mobili di Pesaro della Brianza o di Cerea, i vetri di Empoli e di Montelupo, le calzature di Ancona. In alcuni casi il «distretto industriale» — come lo ha chiamato Becattini — coincide con una sola città: è il caso dei gioielli di Valenza Po, o delle calze di Castel- goffredo. Ma sarebbe sbagliato pensare che questo fe nomeno coinvolga soltanto l ’ industria produt trice di beni di consumo. Basta pensare a quanto siano frequenti i «distretti» metalmec canici: la produzione di macchine automatiche o di macchine impacchettatrici a Bologna; di macchine agricole a Modena o a Reggio Emi lia; di macchine utensili per la lavorazione del legno a Carpi. In questo caso, naturalmente, il distretto è meno visibile: perché viene confuso nel più generale contesto del settore metalmec canico. Il secondo carattere di queste aree è la fre quenza di imprese di piccole dimensioni: spes so di dimensioni molto piccole, sino a non rag giungere i dieci addetti. Molte di queste impre se lavorano per conto terzi: esse, cioè, eseguo

di Sebastiano Brusco

1. Introduzione Queste note intendono tentare di dare un quadro della struttura produttiva, del mercato del lavoro, e del ruolo delle principali istituzio ni in Emilia-Romagna. L ’ assumere, come oggetto di analisi, non un settore, ma un ’ area, richiede semplificazioni talvolta assai ardite ed impone omissioni non irrilevanti: ma vi è, nella regione, una unifor mità di fondo che sembra rendere possibile un tentativo di schematizzazione. Tanto più legit timo, questo tentativo, perché, come è facile notare, più spesso di quanto non sarebbe desi derabile, i riferimenti e gli esempi sono tratti dall ’ osservazione delle provincie centrali della regione, cioè da Bologna, Modena e Reggio, mentre le provincie della Romagna, e le pro vincie orientali, hanno, nell ’ analisi, un ruolo talvolta secondario. Manca del tutto, dal quadro, l ’ analisi del ruolo dei partiti, e dei problemi posti dalla esi genza di coinvolgere politicamente la grande maggioranza dei cittadini: questa esclusione è una scelta consapevole, dovuta anche a limiti di tempo e di spazio. Quegli stessi limiti che hanno ridotto a zero i riferimenti bibliografici. Il tono è spesso apodittico, e talvolta provo catorio: ma l ’ obiettivo è assai più quello di of frire la base ad una discussione politica che di aprire un dibattito tra specialisti.

2. La capacità di resistere alla crisi

Un dato che spesso sconcerta gli studiosi, e

La rubrica ricerche ospita in questo numero altri contributi presentati al seminario «L ’ Emilia-Romagna fra crisi e trasformazione» organizzato dall ’ istituto Gramsci regionale il 4/5 marzo 1980.

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