Problemi della transizione 1980

Il «modello Emilia

no lavorazioni che sono state commissionate da altre imprese. È assai diffusa, quindi, in questa area, la pratica del cosiddetto «decen tramento»: è accaduto sempre più spesso, in altri termini, che le imprese che avevano acces so al mercato dei prodotti finiti commissionas sero all ’ esterno lavorazioni o componenti che venivano prima prodotti direttamente, all ’ in terno della fabbrica. «Dar fuori il lavoro», in queste aree, è fenomeno assai frequente: nono stante le resistenze dei sindacati. E ciò vale non solo per le imprese che producono beni di consumo, come le maglie o le scarpe, ma an che per le imprese che producono beni di inve stimento, come le macchine utensili o le mac chine agricole. Va ricordato, tuttavia, che molte di quelle imprese piccole di cui si è detto hanno anche rapporti diretti con il mercato dei prodotti fi niti. Una ricerca recente mostra che, nelle pro- vincie di Modena e Reggio, gli artigiani che producono maglieria e confezioni — se si escludono dal conto i falsi artigiani, quelli che sono in realtà lavoranti a domicilio — si divi dono in quote uguali tra il conto proprio e il conto terzi. Ancora, in chiara connessione con l ’ elevata frequenza di imprese piccole, a caratterizzare queste aree vi sono rilevanti quantità di lavoro nero. Sono state date molte definizioni di lavoro nero. Talvolta viene preso in considerazione il pagamento degli oneri sociali, e viene definito «nero» il lavoro che evade la legislazione pre videnziale. Talvolta il riferimento è il contrat to collettivo di lavoro — stipulato tra il sinda cato e le associazioni padronali, a livello na zionale. In questo caso si chiama «nero» il la voro pagato con un salario inferiore a quello minimo stabilito dal contratto nazionale, o che lavora in condizioni ambientali che dal contratto non sono consentite, o che non gode del salario indiretto (ferie, tredicesima mensili tà, ecc.). Comunque definita, questa forma di lavoro è però sempre largamente presente, nelle aree di cui si è detto. E i sottosalari, l ’ evasione degli oneri sociali, la straordinaria flessibilità del la voro rappresentano importanti punti di forza di questo tipo di struttura industriale. Infine, e non è certo, questo, un dato comu ne a tutto il tessuto industriale del Paese, da queste zone hanno origine importanti correnti di esportazione. Le esportazioni totali del set tore tessile, l ’ anno scorso, hanno coperto da sole il deficit della bilancia commerciale deri

vante dal petrolio.

3. Anche in altri paesi Questo tipo di struttura industriale, in cui l ’ apparato produttivo è «esploso» in imprese di piccole dimensioni, e in cui vi sono quote ri levanti di lavoro nero non è un fenomeno spe cifico dell ’ Italia; anche se in Italia sembra ave re un peso maggiore che in altri paesi. Fenomeni di questo tipo — di progressiva «disintegrazione verticale» — sono stati osser vati anche negli Stati Uniti, ove hanno dato ori gine a una vasta serie di scritti, tra i quali i più importanti, ed i più noti in Europa, sono quel li di Piore. In uno studio sull ’ industria delle confezioni a New York, che sta per concluder si, Piore sembra raggiungere conclusioni per certi versi simili a quelle ottenute in Italia. In Inghilterra il Dipartimento di Economia Applicata di Cambridge ha studiato, per esem pio, la struttura del comparto metalmeccanico che produce la coltelleria di Sheffield; ed anche in questo caso si sono avuti risultati simili a quelli ottenuti in Italia. In Francia, Alain Sallez si occupa da tempo di decentramento. Sembra quindi, in sostanza, di essere di fronte ad un fenomeno che è comune a tutte le economie capitalistiche avanzate, ed è in que sto quadro che bisogna muoversi per cercare di capire il senso di quanto va accadendo. 4. Le caratteristiche dell ’ Emilia Anche a non voler tener conto dei dati stati stici, queste concentrazioni sul territorio di im prese simili, spesso di dimensioni minori, sono chiaramente visibili a chiunque abbia del l ’ Emilia-Romagna una conoscenza anche su perficiale. Le macchine di precisione, le biciclette e le moto a Bologna; le macchine agricole, l ’ oleo dinamica, le ceramiche e la maglieria a Mode na e a Reggio; l ’ allevamento dei suini a Reggio Emilia; le macchine per l ’ industria alimentare, i prosciutti e i pelati a Parma; i bottoni e le macchine per la lavorazione del legno a Pia cenza, sono tutti esempi di quelle aree specia lizzate cui si è fatto cenno. E non va dimenti cata un ’ altra zona che, anche se produce non beni ma servizi, ha tuttavia questi stessi carat teri: quella riviera adriatica, cioè, nella quale

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