Problemi della transizione 1980

Il «modello Emilia

ad altri la facoltà di scegliere l ’ impresa nella quale lavorare; e, ai più giovani che lo voglio no, la possibilità da alternare periodi di lavoro e periodi di «vita». Più in generale, quindi, se si tiene conto di quanto prima è stato detto, si può affermare che in questa regione ciascun lavoratore può scegliere di dividere la propria vita tra lavoro e «ozio» nel modo che preferisce; in un contesto che misura con precisione la forza lavoro ce duta, e la con verte in reddito. (Una chiave di lettura non inutile, nell ’ osser- vare ciò che accade in questa regione, può es sere appunto questa: che i lavoratori che han no consuetudine con la vita di fabbrica, e ca pacità di lavorare intensamente, si dividono in tre grandi gruppi. Gli artigiani, che scelgono di impegnarsi nel lavoro al limite delle loro ca pacità, per guadagnare un reddito alto; i gio vani, che sono soddisfatti di un reddito basso, pur di lavorare poco tempo; e la maggioranza degli operai delle piccole e grandi imprese, che sono collocati in una posizione intermedia tra i due). E da qui, prima di tutto, che discende la cer tezza, così diffusa in questa regione, che que sto sistema è ricco di opportunità per tutti, e che ciascuno, in fondo, è l ’ artefice della pro pria fortuna. Che sono, a ben guardare, gli elementi portanti del consenso politico di cui godono coloro che questo sviluppo hanno ten tato di controllare e contribuito a gestire. E che sono, tuttavia, anche gli elementi dai quali discende, volta a volta, la profonda incapacità di comprendere le critiche di chi si pone al l ’ esterno di questo sistema, e la pratica di por tare disistima e disprezzo a chi da questo siste ma si dichiara emarginato. Si vuol dire, in altri termini, che il tessuto sociale che corrisponde a questa struttura pro duttiva è fortemente coeso ed assai compatto: sino alla chiusura rigida verso chi non ne con divida i valori. Coesione, e chiusura, che si sono rafforzati da quando, forse alla fine degli anni 1960, l ’ economia della regione si è fortemente collo cata dentro il circolo virtuoso di uno sviluppo che è durato senza interruzioni rilevanti sino ad oggi. La elevata flessibilità del sistema ga rantiva le condizioni necessarie per la crescita; le capacità imprenditoriali, fortemente solleci tate, ne esaltavano il saggio; lo sviluppo indu ceva alti saggi di attività ed alti salari, e quindi alti redditi familiari; l ’ alto reddito familiare consentiva una migliore istruzione, ed una più ampia facoltà di scegliere il posto di lavoro; le

istituzioni locali, per loro conto, controllava no, almeno in qualche misura, che lo sviluppo non rendesse intollerabile l ’ ambiente e le con dizioni di vita. Tutto ad una sola condizione: che «quando si lavora si lavora, senza imbro gliare sé stessi nè gli altri». Anche questi fattori culturali, oltre a quelli che più propriamente attengono alla struttura economica, consentono quindi di affermare che, in qualche senso, in questa regione le for ze di mercato hanno giocato il loro ruolo più liberamente che altrove, e che lo sviluppo ha avuto caratteristiche più autenticamente capi- taliste: sia perché il sistema industriale ha re cuperato, segmentandosi ed esportando le proprie contraddizioni, la flessibilità presa dal sindacato nelle grandi fabbriche; sia per il ruo lo lasciato all ’ iniziativa individuale; sia perché lo Stato è stato mene presente che altrove, in termini di spesa e di riscossione dei tributi. An che se, per converso, non si può non notare che, in questo processo di sviluppo, alle caren ze dello Stato si è sostituita l ’ iniziativa delle poche istituzioni efficienti, quelle più ravvici- natamente legate alla società civile della regione. Si è qui realizzata, in sostanza, una miscela armonica, ma così complessa che difficilmente può essere assunta come modello: istituzioni efficienti, pur in difetto dello Stato; sindacato assai attivo, ma solo in una fascia che include meno di metà dei lavoratori presenti. Sinché la domanda continuerà ad espander si, questa struttura produttiva e sociale non porrà altri problemi che non siano quelli rela tivi alla necessità di integrare chi a questo si stema si dichiara estraneo. Resta tuttavia il dubbio che, di fronte ad una crisi, questo tessuto complicato ed origi nale possa reagire malissimo. Si pensi, per fare solo un esempio, a quanto accadrebbe a Tori no, se le 8.000 lettere di licenziamento minac ciate dalla FIAT venissero davvero spedite, e a quanto accadrebbe qui, se il successo di una nuova Mary Quant imponesse di lasciare sen za lavoro 8.000 magliaie. Là vi sarebbe lo scontro contro il padrone di una classe che si difende, e tra l ’ altro, la crisi sarebbe comun que alleviata dalla Cassa integrazione speciale. Qui, invece, ci sarebbe soltanto la disgregazio ne progressiva di un apparato produttivo, sen za un avversario riconoscibile, e, almeno per le tante lavoranti a domicilio, nessun intervento dello Stato. Salvo, naturalmente, che gli im prenditori carpigiani non riuscissero, nel giro di poche settimane, a copiare e migliorare i modelli di Mary Quant.

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