Problemi della transizione 1980

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

l ’ ipotesi di poter affidare al mercato la soluzione della questio ne delle abitazioni. Ciò è avvenuto in un clima di generale sfiducia nel mercato come istituzione principe per regolare i rapporti tra i gruppi so ciali, le imprese, gli stati; in un clima di sempre maggior ricorso a strumenti di natura amministrativa che ha poco a che fare con le riflessioni dell ’ economia del benessere; in un clima di presa d ’ atto della complessità sociale che caratterizza le società moderne, del loro continuo segmentarsi, parzializzarsi, corpo- rativizzarsi e delle difficoltà a stabilire collegahienti interpreta tivi e normativi tra i diversi segmenti; tendenze queste poste in luce per il campo edilizio ed urbano dai sostenitori della teoria distributiva, ma che mettono per alcuni versi in difficoltà i loro principali riferimenti teorici. In questa situazione si è affidata allo stato la funzione di determinare le quantità domandate (introducendo elementi amministrativi monetari ed extramonetari di razionamento della domanda e di definizione dei suoi livelli minimi di soddi sfacimento), la funzione di determinare le quantità offerte (per fezionando gli elementi amministrativi atti a regolare i flussi fi nanziari verso l ’ edilizia, fissando in via amministrativa l ’ inten sità ed i tempi di edificazione nelle diverse località e cercando di determinare parzialmente in via amministrativa le tecniche pro duttive) e quella, infine, di determinare i criteri di distribuzione della domanda «così espressa dalle famiglie» nell ’ offerta «così espressa dagli investitori». Passi di questo genere non possono essere compiuti senza riferimenti precisi ed in assenza di salde ipotesi teoriche e politi che e questo è ciò che forse manca all ’ insieme delle leggi in cui si sostanzia la politica edilizia degli anni ’ 70. In questa situazio ne è altamente probabile che il sistema di incompatibilità politi che presenti al suo interno le conferisca un carattere di grande instabilità. Sarebbe stato ovviamente ingenuo cercare il riferimento in un ’ idea di giustizia distributiva al di sopra delle parti, del con flitto, della storia. E certamente però alquanto paradossale che si sia cercato di simulare, attraverso provvedimenti ammini strativi il cui senso era quello di sancire (forse un po ’ affrettata- mente) il «fallimento del mercato», proprio i risultati di un mercato immaginario, cioè privo di distorsioni ed imperfezio ni. Eppure il lungo sforzo di definizione dei parametri previsti dalle leggi, ad esempio di quelli previsti per l ’ equo canone, ap partiene a questo genere di esercizi: simulare il sistema di prezzi che si avrebbe qualora l ’ unica teoria esplicativa della formazio ne dei prezzi delle abitazioni e dei suoli fosse la teoria statica della rendita differenziale nella formulazione di Von Thiinen. Dovrebbe risultare imbarazzante per chi ha sostenuto che la crescita urbana, sia nei suoi aspetti quantitativi che ubicazio- nali, è modellata dalla rendita fondiaria, vero ostacolo al rag giungimento di situazioni di ottimo collettivo, solidificare la storia passata in un sistema di prezzi governati. Eppure lo sfor zo di delimitazione delle «zone» (centrali, semiperiferiche, pe riferiche) entro ciascun centro urbano, quello di stabilire rela zioni tra i singoli mercati locali (città grandi e piccole, del nord e del sud), quello di stabilire relazioni tra il patrimonio esisten te e di nuova costruzione, ecc. appartiene a questo genere di

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