Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
non sfugge alla spazialità. Secondo punto. Il tema centrale di questa parte del collo quio tratta del qualitativo e del quantitativo. Mi limiterò a di re quanto segue, che d ’ altronde è in filigrana nella relazione del Professor Granger. Io penso che l ’ impresa scientifica sia una sorta di continuum compreso fra due poli: da un lato il polo della comprensione, di rendere cioè il mondo intelligibi le, dall ’ altro il polo dell ’ azione, la possibilità di un dominio dell ’ uomo sui fenomeni e eventualmente su se stesso. Questi due poli sono collegati (è questo a formare uno spettro continuo); ma questi poli definiscono due direzioni fondamentalmente distinte e la contrapposizione qualitativo quantitativo risiede in larga misura in questa distinzione. Per quanto mi riguarda, vedo essenzialmente i modelli qualitativi in un legame con uno sforzo di intelligibilità del mondo. Si cerca di capire come vanno le cose, si cerca di rappresentarse le. Al contrario, i modelli quantitativi sono modelli legati alla volontà di agire, alla volontà di fare predizioni. Ora, ogni predizione esige in ultima analisi una localizzazione spazio temporale. Non appena vogliamo agire, dobbiamo risolvere il problema dell ’ fe/c et nunc, sapere quando occorre agire, e non si può agire effettivamente che su dei sistemi localizzati nello spazio-tempo; pertanto, il problema della localizzazione spa zio-temporale conduce automaticamente a considerazioni quantitative. In ciò non condivido la definizione, data dal Professor Granger, della forma come di qualcosa di collegato a una localizzazione in un reticolo, in una rete a maglie; mi sembra che si tratti di una visione cubista e informatica della forma che, a mio parere, non è affatto necessaria per realizza re schemi di intelligibilità. Può, beninteso, essere necessaria se si ha di mira la padronanza quantitativa del processo. L ’ obiezione che farò a questo punto di vista è semplice: il Professor Granger ha detto che la forma è definita fondamen talmente come classe di equivalenza di invarianti, il che può essere realizzato in una infinità di modi da un ’ infinità di og getti e occorre definire la classe di equivalenza di tutti questi oggetti che permette di dire che hanno la medesima forma. Parlare di gruppi, a questo proposito, è forse un ’ estrapolazio ne un po ’ ardita, perché questo gruppo si è, in generale, del tutto incapaci definirlo in termini matematici, tranne che in casi estremamente specifici; per esempio le forme geometriche definite come classi di invarianti dello spazio euclideo modulo dell ’ azione di certi gruppi di Lie risultano perfettamente chia re, perfettamente ben definite; ma per quanto riguarda forme della biologia, o forme che compaiono nella maggior parte delle scienze morfologiche, non si è in grado di darne una de finizione altrettanto precisa. Ed è anche per questo che, se si è potuto precisare questo gruppo, esso agirà, in generale, in modo non banale sul sistema di localizzazione iniziale, ciò che avrà effetti catastrofici (è il caso di dirlo) sul modo di definire le forme. Vale a dire: non sono affatto d ’ accordo su questo modo cubista e informatico di definire le forme. Secondo me è necessario tornare alla definizione intuitiva e fenomenica della forma, come di qualcosa che si distacca su uno sfondo conti nuo. Evidentemente, non voglio discutere oltre della priorità
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