Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
biano determinato variazioni nelle preferenze politiche della classe operaia urbana newdealista. Passando alla seconda ragione indicata, la concorrenziali tà che la stratificazione delle minoranze conteneva allo stato potenziale è stata evitata negli anni ’ 50 e soprattutto ’ 60 dal la crescita economica. Essa permetteva di tutelare da una parte i posti di lavoro, i livelli di reddito e le prospettive di mobilità sociale dello strato operaio «garantito», dall ’ altra di allargare significativamente le misure di welfare a favore del le nuove minoranze. Il drastico rallentamento dello sviluppo negli anni settanta ha fatto praticamente saltare tutte queste compatibilità e, come il sen. Kennedy ha ripetutamente de nunciato, ha posto i diversi segmenti delle classi subalterne in competizione tra loro. Forse per la prima volta dagli anni trenta, la crisi, soprattutto in settori di industrializzazione tradizionale (automobile, acciaio, tessili, cantieri, che coin volgono aree come Michigan, Pennsylvania, Illinois, Ohio, Virginia), ha posto gli strati operai newdealisti di fronte allo spettro e alla realtà di una disoccupazione che non tocca solo la sezione fluttuante della classe operaia impiegata, ma anche lavoratori che hanno maturato una notevole «seniority» (il principio per cui l ’ ultimo entrato è il primo licenziato) e si credevano al riparo dai rischi di perdere il posto. A Detroit esistono tassi di disoccupazione pari al 40% e questa preoc cupazione ha certo svolto un ruolo centrale nella sensibilità dimostrata dai lavoratori al discorso reaganiano della «rein dustrializzazione». Di fronte a questa situazione e al rischio di una drastica caduta dei redditi dello strato newdealista, l ’ opposizione ai costi del welfare state è diventata più accen tuata. La «rivolta fiscale», che ha avuto nel famoso referen dum della California la prima, ma una sola delle sue molte manifestazioni, si accompagna all ’ attacco agli sprechi del welfare; attraverso questo canale, che certamente denunzia disfunzioni e clientelismi, si tenta, come il programma eco nomico di Reagan dimostra, un taglio della spesa pubblica sociale che, benché certo non intacchi la cosiddetta «rete di sicurezza» rappresentata dalle misure principali di sostegno del reddito, tuttavia non si limita a «tagliare i rami secchi», ma tende a ridimensionare in modo significativo i programmi iniziati con la Grande Società di Johnson. Egualmente ulte riori tagli si nascondono sotto il discorso del decentramento di competenze assistenziali agli stati: questa linea, che certa mente coglie una reazione di stanchezza all ’ elefantiasi del governo federale, contraddice tuttavia a una tradizione di progressismo sociale che, per tutto il XIX secolo, ha avuto soprattutto nel governo centrale il proprio portavoce, rispet to a poteri locali molto meno entusiasti e interventisti. La concorrenzialità all ’ interno del proletariato urbano emerge poi anche sotto altri profili: uno dei casi più controversi ri guarda la «affirmative action» di Johnson, il sistema secondo il quale in certi tipi di istituzioni educative o di impieghi, una quota delle ammissioni o dei posti di lavoro dovevano essere riservate alle donne, ai neri, ai chicanos, ad altre minoranze. Con una economia in sviluppo e un boom dell ’ educazione, come negli anni sessanta, il sistema di quote e gli interessi dello strato operaio newdealista potevano convivere senza
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