Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

concentrate su un candidato ad ogni elezione non può che essere delusa e quindi riversarsi sull ’ avversario al successivo appuntamento; questi infine deducono l ’ instabilità della poli tica attuale dalla «complessità» sociale e ne prescrivono una «riduzione» per giungere a nuovi equilibri. Da una parte vi sono forti richieste di ricostituzione delle «istituzioni di autorità», contro gli eccessi della democrazia. Insieme alle proposte di rafforzamento dell ’ esecutivo, vi sono proposte di rimaneggiamento del processo elettorale (rag gruppamento e riduzione delle primarie) e delle regole inter ne della vita di partito, con una restituzione almeno relativa del potere di selezione all ’ apparato. Indubbiamente alcune razionalizzazioni sono all ’ ordine del giorno (la campagna elettorale ha una lunghezza eccessiva, che richiede risorse esorbitanti, e incide profondamente nella gestione della poli tica statuale); queste proposte, come d ’ altra parte alcuni dei neoconservatori come Huntington hanno esplicitamente af fermato, non si limitano tuttavia a un fatto di efficienza del disegno istituzionale ma hanno un impatto profondo sulla sintesi dei gruppi e degli interessi rappresentati. Il tentativo è in sostanza quello di restringere il quadro della rappresentan za (si parla già della revisione o del non rinnovo del Voting Rights Act del 1965, che ha portato i neri al voto), in modo da rendere la funzione sintetica e «costituente» del sistema politico e partitico più facile. Si tratta della logica secondo cui esiste un eccesso di democrazia, il cui sacrificio parziale è necessario per salvare la libertà. Molti dei discorsi sulla «ri duzione della complessità» si muovono in questa direzione. Tuttavia è probabile che queste operazioni non possano esse re fatte senza uno scontro politico-sociale molto radicale, a cui una parte significativa dello stesso mondo industriale e fi nanziario sembra restio. D ’ altra parte, la critica a un certo «radicalismo» controproducente delle riforme politiche degli anni sessanta e settanta parte da un presupposto che si sta ri velando non più vero. Alle primarie si sottolinea va a votare una percentuale molto bassa dei registrati. Nel ’ 76 si trattò del 28% contro un 56% di votanti alle elezioni presidenziali. I votanti alle primarie sarebbero soltanto la base più militan te e quindi più ideologica dei due partiti. La selezione è quin di largamente distorta rispetto al complesso delle opinioni politiche della gran massa degli americani, ed esse attraverso «conventions» altrettanto poco rappresentative promuove- rebbero delle candidature ideologiche ed estremiste (Goldwa- ter nel ’ 64, McGovern nel ’ 72), con vittorie elettorali macro scopiche, che non riflettono l ’ equilibrio del bipartitismo ame ricano. La grande area moderata centrista maggioritaria e decisiva dell ’ elettorato mancherebbe di uria vera scelta. Viene perciò rivalutata la selezione elettorale compiuta dai «party regulars», certo più sensibili al clientelismo ed alla corruzio ne, ma anche all ’ esigenza di collocare il proprio partito al centro di questa area politica attraverso candidature modera te. La novità dell ’ ultima elezione rispetto alle caratteristiche tradizionali del sistema politico americano consiste però nel fatto che lo scontento verso Garter ha beneficato non un candidato repubblicano centrista- .pragmatico, moderato (co

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