Problemi della transizione 1981
I partiti politici americani
me Bush o Ford), ma un conservatore dell ’ ala del partito più attiva, nazionalista, «ideologica» (portatore cioè di una im magine pubblica caratterizzata da espliciti principi etico politici proclamati con grande rilievo). L ’ ipotesi quindi che nessun candidato «ideologico» dell ’ uno o dell ’ altro partito poteva essere eletto, anzi era destinato a una sicura sconfitta è crollata clamorosamente. L ’ unica affermazione che pare corroborata da una sufficiente documentazione infatti è quel la coalizione sociale newdealista che ha formato la base della maggioranza politica del partito democratico degli anni tren ta fino all ’ inizio degli anni settanta è definitivamente tramon tata, travolta da quella che viene definita «la crisi del welfare state». Negli anni settanta è franato in definitiva proprio il centro newdealista e repubblicano moderato, del comporta mento politico-elettorale americano, e gli sforzi di una sua reintegrazione attraverso l ’ ingegneria istituzionale paiono vo tati all ’ insuccesso. Si potrà certo ricostituire congiuntural mente, rinunciando tuttavia ai precedenti caratteri di stabilità e continuità nel tempo, oppure sulla base dei tessuti connetti vi diversi da quelli che lo tenevano unito in precedenza, che consistevano in primo luogo nello sviluppo economico unito alle politiche keynesiane nell ’ impiego e nella spesa pubblica. Di fronte alla trasformazione neoconservatrice del partito re pubblicano, i democratici possono recuperare solo attraverso un ripensamento profondo della loro identità. Una certa storiografia ha letto la vicenda delle formazioni politiche americane del ’ 900 in questo modo: quando certi interessi o strati sociali diffusi non trovavano riconoscimento nel sistema bipartitico, sono nati terzi partiti che hanno mi nacciato la formazione maggiore più vicina, rompendo l ’ uni tà della sua coalizione sociale, e favorendo quindi le vittorie del partito opposto. La formazione minacciata ha allora mo dificato i propri equilibri interni, per fare posto anche a que sto interesse e frenare l ’ emorragia. Questo sarebbe successo per i populisti agrari della fine dell ’ 800, per il partito pro gressista del 1912, per lo scontento di anziani, disoccupati, piccola borghesia che stavano costituendo una propria for mazione alle elezioni de ’ 36 che fu poi riassorbita dalla poli tica assistenziale di Roosevelt. Vi è poi un secondo rilievo storico da tenere presente: i periodi di supremazia politico elettorale del partito democratico (anche nelle scadenze presi denziali) hanno coinciso con momenti di alta partecipazione al voto (oltre il 60% come negli anni ’ 30 e ’ 60) (alta relativa mente alle percentuali americane ovviamente), mentre i pe riodi di bassa partecipazione (intorno al 50%, come negli anni venti e cinquanta) lo hanno visto indebolito rispetto ai repubblicani sia alla Presidenza che in notevole misura anche in Congresso). Inoltre, il partito democratico ha radicato la propria supremazia non tanto o soltanto nello spostamento di votanti repubblicani a suo favore, quanto piuttosto nella immissione nella scena politico elettorale di strati sociali pri ma esclusi, che sono andati ad occupare una posizione salda mente filodemocratica (minoranze urbane operaie etniche, cattoliche negli anni trenta, neri, giovani, nuove minoranze negli anni ’ 60 e ’ 70). In termini attuali, nessuna ipotesi di ri scossa che rinuncia a una componente fondamentale della
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