Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

più negative. A differenza del rispetto che ha destato la for mulazione di un programma economico e di una proposta di bilancio espliciti e coerenti nei loro obiettivi, i commenti rela tivi all ’ attuale politica estera, quando non si tratta di reazioni costantemente polemiche come negli editoriali del New York Times, contengono spesso accenni sarcastici o consigli ai nuo vi dirigenti su come vada condotta la diplomazia del paese. «Alla politica estera di Reagan manca un qualcosa: una politi ca» — è il titolo di un articolo-commento del Washington Post degli inizi di maggio. E titoli e critiche di questo tipo so no apparsi anche sui settimanali a larghissima diffusione come Time e Newsweek, o perfino su U S News and World Report. Quello che rileva impietosamente la stampa sono soprat tutto le continue contraddizioni e le stridenti polemiche fra al cuni responsabili della politica estera. Durante le audizioni del Senato per la sua conferma a segretario di Stato, Haig aveva promesso una politica «coerente, equilibrata e su cui fare affi damento». E un tema questo, come si sa, su cui ripetutamente aveva insistito lo stesso Reagan durante la campagna elettora le. Ma non è questa, evidentemente, la politica che l ’ ammini strazione repubblicana ha saputo fin qui esprimere. Lo stesso Haig, del resto, si è trovato fin dall ’ inizio al cen tro di polemiche sulla distribuzione dei compiti e delle respon sabilità che — assieme a dissipare per sempre l ’ illusione di un ’ amministrazione che «parla con una sola voce» — ne han no seriamente compromesso l ’ autorevolezza politica. I contra sti interni all ’ amministrazione in materia di politica estera e della sicurezza sono apparsi, in effetti, fin dall ’ inizio in piena luce, con i diversi interessati che — anche questo in modo analogo a quanto avveniva negli anni scorsi — loro stessi non hanno esitato a ricorrere alla stampa come mezzo per far pre valere le proprie posizioni. Così, per ricordare solo alcuni casi, mentre il segretario al la Difesa Weinberger proponeva, appena entrato al Pentago no, che la Nato adottasse la bomba al neutrone, toccava poi al segretario di Stato Haig, più cosciente della sensibilità euro pea in materia, far sì che l ’ amministrazione non si impegnasse in tale direzione. La stessa diversa attenzione dei due dirigenti ai punti di vista europei è riapparsa, nelle ultime settimane, nelle diverse posizioni da essi assunte sulla questione del nego ziato con l ’ Unione Sovietica per il controllo delle armi «euro strategiche». E ancora: mentre a Bonn, l ’ aprile scorso, il se gretario alla Difesa sosteneva che quel negoziato doveva esser messo temporaneamente da parte a causa delle «minacce di violenza e le intimidazioni» sovietiche contro la Polonia, solo alcuni giorni dopo la Casa Bianca giustificava la sospensione deli'embargo sulla vendita del grano a Mosca, collegandola, fra l ’ altro, all ’ «auto-limitarsi» dei sovietici nella situazione po lacca. Gli esempi che si potrebbero ricordare sono molti, a co minciare dalla «rettifica» di linea politica compiuta in marzo a proposito di E1 Salvador, o delle continue oscillazioni sulla questione dell ’ incremento dei bilanci militari dei paesi Nato. Ma si tratta, per lo più, di casi noti e di cui la stampa ha par lato abbondantemente nei mesi scorsi. In molti casi è il segretario di Stato Haig che contraddice

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