Problemi della transizione 1981
La politica intemazionale di Reagan
le posizioni espresse dal suo collega di gabinetto Weinberger — o da altri — o ne alleggerisce l ’ impatto; ma, date le sue dif ficoltà politiche e il fatto che il segretario alla Difesa è perso nalmente più vicino al presidente, i commentatori si chiedono — e se lo chiedono anche i governi di altri paesi — chi dei due rappresenti veramente il punto di vista dell ’ amministrazione. Se a queste incoerenze e contraddizioni si aggiungono le difficoltà che, come dicevo, hanno incontrato molte delle ini ziative fin qui intraprese, ne risulta quel quadro di confusione e di vulnerabilità della politica estera dell ’ attuale amministra zione che è riflessa appunto nei titoli e nel tenore degli articoli di molta stampa americana oggi. Ma vediamo, molto schematicamente, come ha operato la nuova amministrazione in questi mesi. Il presidente Reagan, innanzi tutto, ha attuato (e sta ancora attuando in mezzo a notevoli difficoltà e resistenze) un profondo ricambio di per sonale. A differenza di altre successioni, questa volta dalla ge stione precedente non è stato ereditato quasi nessuno dei fun zionari di nomina politica. Quello che è soprattutto importan te sottolineare qui è che la volontà di rompere con il passato riguarda non soltanto gli anni di Carter, ma anche le prece denti amministrazioni repubblicane, e questo discorso non si limita alla politica estera, ma tocca anche la politica economi ca e sociale. Un ’ eccezione, ovviamente è costituita dallo stesso Alexander Haig. La sua presenza nell ’ attuale governo viene attribuita, almeno in parte, agli obblighi che Reagan aveva verso l ’ ex presidente Ford per l ’ aiuto avuto da questi durante la campagna elettorale. Dalle precedenti amministrazioni re pubblicane vengono anche alcuni quadri di secondo e terzo li vello, in massima parte concentrati nel Dipartimento di Stato e scelti dallo stesso ex capo militare della Nato. Nulla, co munque, evidenzia meglio la volontà di questa amministrazio ne di distaccarsi dalle precedenti della mancata assunzione in essa dell ’ ex segretario di Stato Henry Kissinger e della sua estraneità rispetto all ’ elaborazione dell ’ attuale politica estera. Questo ricambio di personale tra i quadri della politica estera ha portato a risultati non uniformi e spesso contraddit tori. Carter aveva portato a Washington un gruppo di esperti cresciuti dal dibattito sulla politica estera e sulla posizione in ternazionale del paese sviluppatosi negli Stati Uniti a seguito della sconfitta nel Vietnam. Si trattava di quadri con interessi e approcci, almeno agli inizi, abbastanza omogenei e che, tut tavia, sopravanzavano e si distaccavano dalla cultura politica più diffusa nel paese, dalle basi culturali tradizionali (nel se condo dopoguerra) del consenso alla politica estera di Wa shington. Il gruppo attuale è molto più eterogeno. Manca di una base di elaborazione comune (la provenienza dalla Geor- getown University di alcuni degli attuali dirigenti non costitui sce nulla di analogo al dibattito raccoltosi nelle pagine della rivista Foreign Policy dal 1970 in poi e a cui parteciparono parecchi dei quadri della politica estera carteriana) ed è costi tuito da elementi vari, da esperienze disparate tenute insieme dalle posizioni piuttosto generiche su cui i repubblicani reaga- niani hanno costruito la loro vittoria elettorale. Una seconda considerazione da fare riguarda il fatto che questa amministrazione è arrivata a Washington praticamente
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