Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

priva di un ’ elaborazione che riguardasse questioni specifiche dei rapporti internazionali e problemi regionali. O, perlome no, bisogna dire che le difficoltà incontrate in questi mesi nei rapporti con gli alleati europei, in America Latina, in Medio Oriente e altrove, hanno indubbiamente messo in luce una ta le carenza. Dàlie dichiarazioni sin qui apparse, per esempio, e nono stante l ’ impegno assunto da Haig all ’ inizio di maggio al Con siglio atlantico di Roma, non sembra che Washington abbia a tuttoggi una qualche posizione negoziale per la ripresa della trattativa strategica (sia quella concernente il livello «strategi- co-centrale» che quella relativa alle armi strategiche «di tea tro»). Riguardo ai problemi della regione mediorientale l ’ ammi nistrazione Reagan si muove con grande cautela. Toccare questa materia, oggi per Washington, è come muoversi su un campo minato: per le difficoltà oggettive che la situazione pre senta, per il peso politico acquistato dai paesi in questione, e per l ’ alto grado di mobilitazione interna, negli Stati Uniti, a favore di Israele (si ricordi quanto costò politicamente a Car ter, nonostante la fase di successo di Camp David, il tentativo di risolvere il conflitto arabo-israeliano: dimissioni di Andrew Young, conseguenze elettorali del voto di censura a Israele del primo marzo dell ’ anno scorso al Consiglio di Sicurezza, e al tro). Dopo un iniziale, infruttuoso tentativo di riproporre una «soluzione giordana» per la questione della Sponda occidenta le, con il recente viaggio del segretario di Stato Haig si è tenta ta un ’ eccezionale mobilitazione (la costituzione di un «consen so strategico», come l ’ ha definito lo stesso segretario di Stato) dei paesi della regione contro i piani sovietici nel Golfo me diante una serie di alleanze militari. Ma, pur nell ’ interesse di diversi di quei paesi a veder rafforzata la presenza navale ame ricana nel Golfo, è stato lo stesso Hussein di Giordania, in ta le occasione, a ricordare ai dirigenti di Washington come Israele costituisca una minaccia più prossima di quella sovieti ca, mostrando loro con ciò quanto le ragioni della legittimità interna (la questione palestinese, base della solidarietà inter- araba) nella regione sopravanzino ormai quelle degli allinea menti internazionali. Lo stesso Sadat è stato assolutamente chiaro su questo punto: Washington può usare le basi egiziane se necessario — ha detto in sostanza al suo interlocutore — ma non ci saranno accordi formali né uno stazionamento per manente di truppe americane nel paese. Come nel Medio Oriente, così in America Latina la politi ca di Reagan è stata accolta con notevoli riserve. La pretesa di Washington di salvare la giunta salvadoregna dalla sovversio ne comunista internazionale ha risvegliato subito, infatti, la sensibilità di molti paesi del continente riguardo all ’ invadenza della grande potenza del Nord. Cauta e immobile, per il momento, è anche la politica del la nuova amministrazione riguardo alla questione cinese. Combattuta fra due ispirazioni inconciliabili, quella interessa ta ad un rafforzamento della Cina popolare in senso antisovie tico (Haig, per esempio) e quella che considera inaccettabile la fine di un rapporto politico con Formosa, l ’ amministrazione nel marzo scorso ha deciso di posporre indefinitivamente

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