Problemi della transizione 1981

La politica intemazionale di Reagan

l ’ adozione di alcuni provvedimenti, promessi durante la cam pagna elettorale, volti a ridare un carattere ufficiale ai rappor ti con i nazionalisti. In Africa, l ’ aver permesso che Pretoria facesse fallire la trattativa sull ’ indipendenza della Namibia e la ventilata mi naccia di ridare ossigeno alla guerriglia di Savimbi in Angola sono fatti che indicano una svolta profonda rispetto alla poli tica africana della precedente amministrazione e che hanno re so spesso problematici i rapporti con molti paesi del continen te. Forse, faceva notare il Washington Post in un suo editoria le all ’ inizio di maggio, «nessuno in Africa dovrebbe accettare che ventimila soldati stranieri passino l ’ Oceano per venire in aiuto di una di due parti in lotta per il potere. E un fatto, pe rò, che tutti in Africa accettano che un governo africano sotto attacco costante da parte del Sud Africa, com ’ è l ’ Angola, cer chi aiuto dove può». Nei riguardi degli alleati europei, fin dall ’ inizio, l ’ ammini strazione Reagan ha mostrato una notevole attenzione. Indub biamente, dopo l ’ esperienza fatta con le sanzioni chieste con tro l ’ Iran per la cattura degli ostaggi e contro l ’ Unione Sovieti ca per l ’ invasione dell ’ Afghanistan, oggi a Washington è mol to sentita l ’ esigenza di uno stretto e reale coordinamento con i soci atlantici, sia nelle politiche da attuare e sia nella defini zione dei problemi di comune interesse. Esiste tuttavia un contenzioso in questo rapporto (dalle divergenze sul negoziato per il controllo degli armamenti con Mosca, alle questioni ta riffarie) che, seppure in parte canalizzabile in sedi di discussio ne istituzionali, è destinato a produrre tensioni e, più spesso oggi che nel passato, costringe Washington all ’ accettazione delle posizioni altrui (vedi il caso della ripresa del negoziato sulle armi «eurostrategiche» al Consiglio atlantico di Roma e quello dell ’ impegno militare degli alleati per il Golfo alla suc cessiva riunione dei ministri della Difesa della Nato a Bruxel les). Si è dimostrata, in larga misura, incapace di riconoscere la specificità di alcune questioni e delle realtà regionali, alla poli tica estera della nuova amministrazione repubblicana, tutta via, non sono mancati, fin dall ’ inizio, alcuni obiettivi di fon do. Dai primi discorsi di Reagan e di Haig sul terrorismo in ternazionale, alla scelta di E1 Salvador come caso paradigma tico per «tracciare un confine fra quanto è permesso e quanto non va permesso» all ’ Unione Sovietica, al recente tentativo di costituire quel «consenso strategico» antisovietico fra i paesi mediorientali di cui parlavo sopra, la necessità di «contenere» l ’ attivismo internazionale di Mosca è apparsa come uno dei motivi di fondo della politica estera degli attuali dirigenti di Washington. «Bisogna contrapporsi ai russi dovunque essi si trovino», ha detto lo stesso presidente in un discorso del mar zo scorso. L ’ altro elemento cui è stata attribuita grande importanza dagli attuali dirigenti di Washington, com ’ è noto, è la necessi tà di rafforzare il potenziale militare del paese — strategico e convenzionale, ma soprattutto quest ’ ultimo — come premessa per un diverso equilibrio nei rapporti di forza internazionali. La proposta di bilancio per l ’ anno finanziario che inizia il

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