Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

prossimo autunno rispecchia pienamente tale enfasi. Questo è l ’ aspetto della politica estera di Washington che ha ricevuto maggiore attenzione da parte dei commentatori. E tuttavia esso va valutato nel contesto della situazione politica da cui nasce la presente amministrazione. È importante tener presente, infatti, la durissima esperienza fatta dagli Stati Uniti nel 1979 e 1980, la più dura, in termini di politica estera, dal ritiro dal Vietnam. Non si è trattato soltanto della rivoluzione iraniana, della cattura degli ostaggi e dell ’ intervento di Mosca in Afghanistan, ma anche dal fatto che quegli avvenimenti hanno portato ad una sostanziale perdita di «presa» politica di Washington sulla regione (con tutti i riflessi che ciò ha avu to sulla politica interna del paese, in termini di aumento dei prezzi petroliferi, di accentuata mobilitazione di certi «gruppi di interesse speciale», ecc.) e ad una grave crisi nei rapporti con gli alleati occidentali. Bisogna leggere il saggio di Michael A. Ledeen e William H. Lewis sulla caduta dello Scià e la politica dell ’ amministra zione Carter, pubblicato un anno fa sulla rivista delle George- town University, Thè Washington Quarterly, e più recente mente trasformato in volume, per apprezzare appieno le con clusioni che certi ambienti politici hanno tratto da quella vi cenda. «Probabilmente — dicono i due autori a conclusione della loro ricostruzione storica dei fatti — anche più impor tanti dei problemi pratici che ne sono nati, sono le conseguen ze per quanto riguarda la percezione che si ha degli Stati Uniti (...). Quando ci si rese conto, dopo un po ’ , che l ’ amministra zione Carter non aveva nemmeno formulato una linea d ’ azio ne, che non aveva definito i suoi obiettivi e deciso come muo versi a proposito della crisi iraniana, dirigenti politici e studio si di affari internazionali furono costretti a riconsiderare i pro pri punti di vista sull ’ effettivo potere di Washington. Se gli americani non fanno nulla di fronte alla crisi iraniana, in qua li circostanze ci si può aspettare che agiscano? Se l ’ ammini strazione Carter non ha considerato l ’ Iran di interesse vitale per gli Stati Uniti, quale alleato può sentirsi davvero garantito dalle promesse di lealtà degli americani?». Le critiche più accese, nella ricostruzione di Ledeen e Le wis, sono rivolte contro l ’ allora aiuto-segretario di Stato per i Diritti umani Patricia Derian. E, com ’ è noto, il rifiuto dei di ritti umani, come elemento costituente della politica estera americana, è uno dei punti su cui gli attuali dirigenti hanno inteso, fin dall ’ inizio, distanziarsi dalla precedente ammini strazione. È importante tener presente questo contesto poiché la ri costruzione di un saldo legame con una serie di paesi «amici», retti da sistemi politico-economici «compatibili» con quello americano, sembra essere l ’ obiettivo principale dell ’ attuale po litica estera di Washington e quello che unisce insieme, in una strategia organica, i suoi elementi costitutivi. Questo significa che, al ristabilimento dei rapporti con regimi che hanno un consenso interno molto ristretto (piuttosto che la «destabiliz zazione» provocata dai diritti umani) si intende aggiungere una ricostituita «credibilità» della «garanzia» che ai paesi amici viene dal legame con Washington. Non vi dovranno es sere, per cominciare, altri casi come quello dello Scià abban

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