Problemi della transizione 1981

La politica internazionale di Reagan

donato a sé stesso. E l ’ acquisizione di una più visibile capacità militare, assieme alla provata volontà di opporsi ai piani di Mosca, dovrebbe appunto ricostituire la credibilità internazio nale degli Stati Uniti. Parallela all ’ accentuata enfasi che viene data a questi stru menti nella conduzione della politica estera è la diminuita im portanza che l ’ attuale amministrazione dà ad altri, come gli aiuti economici al terzo mondo. Non soltanto il bilancio per il 1982 prevede un taglio, per quel programma, di circa un ter zo rispetto alla proposta lasciata da Carter (un taglio al quale il segretario di Stato Haig s ’ era opposto), ma, soprattutto, i nuovi dirigenti di Washington sostengono la necessità di favo rire i rapporti bilaterali (in cui il prodotto degli aiuti si con trolla direttamente), a scapito della partecipazione statuniten se ai programmi gestiti da istituzioni internazionali. Una minore attenzione in generale a tali istituzioni come sedi di decisione collettiva, del resto, sembra far parte senz ’ al tro della nuova politica estera americana. La decisione di far rimandare la conclusione della Conferenza sul diritto del ma re, ch ’ era prevista invece per il mese scorso, è un primo caso. E, dato l ’ isolamento che comportamenti simili provocano nell ’ ambito delle Nazioni Unite, si parla già di un ritorno al «moynihanismo» (Daniel P. Moynihan, attualmente senatore, è stato ambasciatore all ’ Onu dell ’ amministrazione Ford, quando i contrasti fra la politica americana e una vasta mag gioranza alle Nazioni Unite erano particolarmente accesi) nel rapporto di Washington con quella organizzazione. Naturalmente, su alcune questioni la complessità della realtà internazionale di oggi ha già costretto la nuova ammini strazione ad assumere posizioni meno generiche e schemati che. Dicevo all ’ inizio della maggiore cautela degli attuali diri genti negli ultimi tempi. Inoltre, a differenza di quanto è avve nuto con la sua proposta di bilancio, alcune decisioni dell ’ ese cutivo relative alla politica estera in Congresso hanno già in contrato accese resistenze (vedi il caso dell ’ abrogazione del- l ’ «Emendamento Clark», quello del pacchetto di armamenti da vendere all ’ Arabia Saudita, o la resistenza incontrata da al cune nomine che interessano il Dipartimento di Stato). Si sa che nel marzo scorso il tentativo di certi ambienti di spingere ulteriormente a destra la situazione nel Salvador spa ventò Washington e servì da campanello d ’ allarme di quello che la nuova linea politica americana finiva per incoraggiare. Questo fatto, assieme alla reazioni internazionali a quella po litica, indusse Washington a un cambiamento di rotta. E co me per E1 Salvador, è prevedibile che un ’ evoluzione vi sarà anche nella politica africana e in quella mediorientale dell ’ am ministrazione, e che, in generale, si imporrà un maggior grado di realismo man mano che aumenterà l ’ esperienza internazio nale degli attuali dirigenti di Washington. Se sono emerse gravi carenze nella politica estera di Rea gan, tuttavia non va sottovalutata la capacità aggregatrice, sul piano internazionale, di certe sue proposte e posizioni. E an cora presto per valutare che peso questo elemento acquisterà negli attuali rapporti internazionali. E tuttavia non c ’ è dubbio

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