Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
dell ’ ortodossia. Pochi comunisti misero apertamente in discus sione il «realismo socialista», divenuto espressione artistica ufficiale nell ’ Urss a partire dal 1934, anche se è significativo il fatto che il dibattito sul cosiddetto «modernismo» non sia mai cessato del tutto, né vi sia stata una capitolazione esplicita dei suoi protagonisti non ortodossi. Brecht non si arrese a Lu- kàcs. Si tentò in perfetta buona fede di apprezzare i prodotti sovietici degli anni ’ 30, passando sotto silenzio ciò che non poteva in alcun modo essere ammirato (soprattutto nel campo della pittura e della scultura), ma l ’ ammirazione veramente sentita andò per lo più a quanto ancora sopravviveva dell ’ arte e della letteratura sovietica degli anni ’ 20. Ben pochi erano di sposti a dichiararsi pubblicamente contrari alla critica ufficiale contro i più famosi esponenti del movimento artistico «mo derno», ma ancora meno erano quelli disposti, in privato al meno, a smettere di apprezzare Joyce, Matisse o Picasso, pur propugnando, in buona fede, stili più vicini al «realismo so cialista». Il jazz non incontrava l ’ approvazione dell ’ ortodossia ufficiale, ma nel mondo anglosassone i suoi estimatori più ap passionati e attivi, i suoi campioni e sostenitori, comprende vano un numero sproporzionatamente elevato di militanti o simpatizzanti comunisti. Indipendentemente dal paese d ’ origine gli intellettuali mar xisti, che non si erano tagliati fuori dal mondo, tendevano dunque a essere compartecipi di una cultura internazionale di sinistra, che annoverava numerosi scrittori e artisti portati a identificarsi con il comuniSmo o almeno con l ’ impegno nella lotta antifascista: Malraux, Silone, Brecht (per quanto non ancora molto famoso in quegli anni), Garcia Lorca, Dos Pas- sos, Ejzenstejn, Picasso, ecc.. I militanti dei partiti comunisti avrebbero potuto includere nel numero anche un gruppo di scrittori riconosciuti — più o meno ufficialmente — come co munisti o «progressisti»: Barbusse, Polland, Gorkij, Andersen Nexò, Dreiser, ecc., e quasi certamente avrebbero potuto con tare anche su nomi che comparivano tra i grandi personaggi internazionali della cultura più raffinata, a meno che non fos sero noti per il loro identificarsi con la reazione e il fascismo: scrittori come Joyce o Proust, i maggiori pittori (soprattutto francesi) del primo Novecento, i grandi architetti del movi mento «moderno», come pure i famosi registi russi e Charlie Chaplin. La novità degli anni ’ 30 non consiste tanto nell ’ esi stenza di una simile cultura internazionale, che attingeva in differentemente i propri protagonisti nei paesi più diversi — in realtà soprattutto in Francia, in America, nelle isole britanni che, in Russia, in Germania e in Spagna — quanto nei suoi stretti legami con l ’ impegno politico della sinistra. Non fu cer to una cultura specificamente marxista, ma il ruolo svolto da una minoranza di marxisti impegnati (cioè, a tutti gli effetti pratici, di comunisti) nel dare ad essa un preciso indirizzo fu indubbiamente fondamentale. La radicalizzazione degli intellettuali negli anni ’ 30 fu es senzialmente una risposta alla crisi che aveva sconvolto il ca pitalismo all ’ inizio del decennio. Le sue origini immediate, al meno per la generazione più giovane, vanno ricercate nella grande depressione del 1929-33. In Inghilterra, ad esempio, i primi segni concreti di un maggiore interesse tra gli intellet
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