Problemi della transizione 1981
Intellettuali e antifascismo
tuali per il marxismo e per il partito comunista si notano nel 1931, quando il materialismo storico e dialettico divenne ar gomento di dibattito tra pochi accademici e qualche gruppo di studenti comunisti costituitosi qua e là — ad esempio nell ’ università di Cambridge — dopo un silenzio di parecchi anni. Ciò che colpiva non soltanto i ristretti circoli di intellet tuali potenzialmente o effettivamente comunisti, ma anche strati assai più vasti della popolazione, non era solo la cata strofe globale dell ’ economia capitalistica — drammaticamente manifesta per la disoccupazione di massa e la distruzione delle eccedenze di frumento e caffè, mentre la gente soffriva la fame — ma il fatto che l ’ Unione Sovietica ne fosse apparentemente immune. Questa fase del processo trova il suo esempio miglio re nella spettacolare conversione dei più vecchi campioni del gradualismo socialdemocratico, i fondatori del movimento fa biano Sidney e Beatrice Webb, alla «teoria marxiana dello svi luppo storico del capitalismo fondato sul profitto» che, pur mantenendo le distanze dal partito comunista inglese, si pro digarono nei loro ultimi anni a illustrare con ammirazione la realtà sovietica. Se il contrasto tra il collasso del capitalismo e l ’ industria lizzazione pianificata socialista spinse alcuni intellettuali verso il marxismo, il trionfo di Hitler — evidente conseguenza poli tica della crisi — ne converti assai più all ’ antifascismo. Dopo l ’ instaurazione del regime nazionalsocialista, l ’ antifascismo di venne il nodo politico centrale per tre motivi. In primo luogo il fascismo in sé, sino allora considerato soprattutto come un movimento legato alla realtà italiana, era divenuto la maggio re espressione internazionale della destra. I movimenti politici fascisti, o quelli che desideravano condividere il prestigio e il potere dei due grandi Stati europei ora sotto regime fascista, crebbero e si moltiplicarono in molti paesi. Altri movimenti della reazione militante si schierarono al fianco del fascismo interno o straniero, o cercarono appoggi presso il fascismo straniero, o quanto meno scorsero nell ’ affermarsi del fascismo internazionale, soprattutto di quello tedesco, un baluardo contro la sinistra interna: come si disse allora: «Meglio Hitler che Léon Blum». Naturalmente la sinistra tendeva ad assimi lare tutti questi movimenti al fascismo o al filofascismo, insi stendo sui loro legami con Berlino e con Roma. Come il co muniSmo per la destra, ora anche per la sinistra in ogni paese il fascismo non era più semplicemente un problema riguardan te Stati stranieri, bensì un pericolo interno, reso tanto più mi naccioso dal suo carattere internazionale e dal sostegno, forse anche concreto, che riceveva dalle due grandi potenze. E im possibile capire l ’ ondata internazionale che nel 1936 si levò a sostegno della Repubblica spagnola senza tener conto della convinzione che le battaglie combattute in quel paese ai mar gini dell ’ Europa e poco conosciuto fossero, nel senso più spe cifico, battaglie per il futuro della Francia, dell ’ Inghilterra, de gli Stati Uniti, dell ’ Italia. In secondo luogo la minaccia del fascismo era tutt ’ altro che limitata alla sfera politica. La posta in gioco — e nessuno se ne rendeva conto meglio degli intellettuali — era il futuro di un ’ intera civiltà. Se il fascismo calpestava Marx, calpestava egualmente Voltaire e John Stuart Mill. Rigettava il liberali
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