Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

smo in tutte le sue forme con la stessa implacabile decisione che riservava al socialismo e al comuniSmo. Rifiutava l ’ intera eredità dell ’ illuminismo settecentesco, e insieme con esso tutti i regimi nati dalle rivoluzioni americana e francese, non meno che da quella russa. I comunisti e i liberali, posti di fronte allo stesso nemico e alla stessa minaccia di annientamento, furono spinti inevitabilmente nel medesimo campo. E impossibile comprendere la riluttanza di uomini e donne di sinistra a criti care e spesso persino ad ammettere di fronte a se stessi quan to accadeva nell ’ Urss in quegli anni, o l ’ isolamento dei critici di sinistra dell ’ Urss, se non si tiene conto della convinzione che, nella lotta contro il fascismo, comuniSmo e liberalismo stanno combattendo, nel senso più profondo, per la stessa causa; per non parlare poi del fatto più ovvio, cioè che ciascu no aveva bisogno dell ’ altro, e che nella situazione degli anni ’ 30, ciò che faceva Stalin, per quanto agghiacciante, era affare dei russi, mentre ciò che faceva Hitler costituiva una minaccia per tutti. Questa minaccia fu resa immediatamente drammati ca dall ’ abolizione del regime costituzionale e democratico, dai campi di concentramento, dai roghi di libri, dall ’ espulsione o emigrazione in massa dei dissidenti politici e degli ebrei, com preso il fior fiore della vita intellettuale tedesca. Tutto ciò cui la storia del fascismo italiano aveva finora soltanto accennato, diveniva adesso esplicito e visibile anche agli occhi più miopi. L ’ importanza di questo aspetto della minaccia fascista è indicata dall ’ incapacità della Germania nazista di trarre qual che significativo vantaggio politico dai suoi indubbi e rapidi successi in campo economico. L ’ avere eliminato la disoccupa zione servi assai meno nella propaganda hitleriana negli anni ’ 30 di quanto l ’ asserzione di far «viaggiare i treni in orario» avesse servito a quella mussoliniana negli anni ’ 20. La Germa nia nazista era evidentemente un regime da giudicare con un metro diverso da quello dei suoi successi nella ripresa dalla depressione economica. In terzo luogo — ed è questo un argomento essenziale — «il fascismo significava la guerra». Ogni anno, dopo il 1933, qualche avvenimento lo confermava drammaticamente: il putsch nazista in Austria (1934) fu seguito dalla guerra d ’ Etiopia (1935), dalla rioccupazione hitleriana della Rena- nia, dalla guerra di Spagna (1936), dall ’ invasione giapponese in Cina (1937), dall ’ occupazione tedesca dell ’ Austria e infine da Monaco (1938). Le generazioni successive al 1918 erano vissute sotto l ’ incubo di un ’ altra guerra mondiale, e dopo il 1933 ben pochi giudicavano possibile evitarla ancora per mol to, tuttavia nessuno, eccettuati i fascisti e i governi fascisti, considerava la prospettiva senza un senso di orrore. La linea di demarcazione tra aggressori e difensori non fu mai tanto netta come in questo periodo; ma lo era anche, e sempre più, quella tra chi nei paesi non fascisti era deciso a resistere, se necessario anche con le armi, e chi invece, per un motivo o per l ’ altro, non lo era. Non era una divisione che separava semplicemente la destra dalla sinistra: c ’ erano resistenti tra i conservatori e i patrioti tradizionali, e sostenitori del compro messo o del pacifismo nella sinistra non comunista, soprattut to in Francia e in Inghilterra; e nemmeno i resistenti chiedeva no la guerra, ma pensavano piuttosto (e fino dopo Monaco

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