Problemi della transizione 1981

W. Benjamin

Nella ricerca della propria identità come corpo altro, il di venire plurale del tessuto-testo dell ’ incognita si rovescia quindi — contro le spine del sistema di potere — nell ’ affermazione dell ’ apparenza e dell ’ inganno, nell ’ «illusorietà e necessità della menzogna» (F. Nietzsche): «L ’ azione della maschera è princi palmente verso l'esterno. La maschera crea una figura-, è in tangibile, stabilisce una distanza tra sé e l ’ osservatore. [...] La rigidità di forma diviene anche la rigidità di distanza: il fatto che la maschera non muti affatto, è appunto ciò che la rende allontanante. [...] La maschera è dunque proprio ciò che non si trasforma, immutabile e durevole: è ciò che resta immobile nel gioco sempre mutevole della metamorfosi. È sua peculiari tà nascondere tutto ciò che sta dietro di lei. La sua perfezione consiste nel fatto che essa sia esclusivamente così e che resti inconoscibile quanto si cela dietro di lei. Tanto più è chiara, tanto più oscuro è ciò che le sta dietro. Nessuno sa cosa po trebbe sbucar fuori dalla maschera. La tensione tra la rigidità della visione e il progetto che vi si cela dietro può divenire enorme: essa propriamente determina il carattere minaccioso della maschera» 15 . La maschera è quindi l ’ orizzonte centrale ed insieme estre mo dell ’ incognita. All ’ esterno sopporta infatti i tentativi di pe netrazione del potere, costringendolo alla rigidità dell ’ antimu- tamento e alla paranoica necessità dello smascheramento, men tre all ’ interno porta l ’ inarrestabile fluidità del processo della metamorfosi, di cui si sa strumento, arma. Come espressione parziale dell ’ antagonismo che conosce solo le leggi della rottu ra e della separazione, la maschera è un segno di fronte a cui il meccanismo del dominio si pone il «problema della trasfor mazione», della sua soluzione-regolazione nello spazio trac ciato dall ’ indifferenza e intercambiabilità dei discorsi del pote re. La massa delle emergenze dell ’ incognita deve essere ordi nata mediante comandi che frantumino le maschere originarie per sostituirle con delle rassicuranti immagini formate da spi ne. La nostra presa interpretativa su Benjamin utilizza questo concetto canettiano proprio per approssimare quella pratica del potere che tende ad imprimere nella manifestazione visibi le dell ’ antagonismo — nella maschera-segno come corpo — una sorta di «forma diminuita» del comando. La spina si for ma appunto nell ’ esecuzione di un ordine che coinvolge violen temente i segni della forza-invenzione, nel tentativo di ricon durre il mostrarsi dell ’ estremo alla falsificazione mitica, alla eccezionalità sempre ripetuta e ri-presentata del dominio: essa si conficca nell ’ estraneo per garantire il riconoscimento, anzi per imporre il proprio senso e riaffermare così la sua apparte nenza al mondo della colpa e della infelicità. La spina custodi sce il ricordo dell ’ azione violenta del comando e insieme ne permette la ripetizione; la sua aggregazione è efficace solo nell ’ incessante riproposizione della situazione che l ’ ha prodot ta: «E come se la spina portasse in sé una propria memoria,

15 C anetti , Massa e potere cit., pp. 412-413.

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