Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

pere, non più passibile di essere perduto in quanto fissato: im magine fissata e segno fissante a un tempo» (DB, p. 195). L ’ intenzione allegorica, completamente estranea alla verità del «sacro» come unità inscindibile di significante e significa to, implica un ’ astrazione delle cose dal flusso del divenire, un loro radicale isolamento. Solo attraverso questa pratica di svuotamento e alienazione l ’ Allegoriker riesce a costruire in siemi di parzialità segniche, immagini che pretendono di rias sumere un mondo raggelato e inaridito, di scoprirne il senso, la luce e il calore di un significato primo. Ma lo sguardo che scandaglia il mondo del linguaggio come linguaggio del mon do, che intende il suo viaggio e le sue peripezie come un «infi nito progresso» verso la purezza di un significato, si indirizza sempre — «quasi per costrizione» — al «sapere assoluto», al dominio della «spiritualità assoluta», privo di Dio. È proprio questo perventimento della melanconia che caratterizza l ’ otti ca del melanconico, la sua «profondità senza fondo»: nell ’ abisso spalancatosi tra «essere figurato e significare», nel la vuota molteplicità delle possibilità significanti, l ’ allegorista si perde come soggetto. Il suo sguardo, sedotto dall ’ apparen za, è annientato dai suoi stessi prodotti, dal rovesciarsi del si gnificato profondo perseguito dall ’ intenzione allegorica nella pluralità disordinata di significanti; anzi, lo stesso carattere reificante del procedere allegorico provoca l ’ esplosione della vita, che rifiuta la cristallizzazione delle proprie espressioni: «[...] coloro che scavano più profondo si vedevano gettati nell ’ esistenza come un campo di macerie [...]. Contro questa situazione esplode la vita stessa. Essa avverte profondamente il fatto che non è lì semplicemente per essere svalutata me diante la fede. E prova un profondo orrore al pensiero che l ’ intera esistenza possa svolgersi così» (DB, p. 142). Il movimento dell ’ allegorico è la scrittura m-mediata di un conflitto che lo sguardo del Melancholiker cerca appunto di risolvere nella «pace contemplativa», nel possesso di un signi ficato da godere. Di quest ’ ultimo Benjamin ri-vela proprio nel Trauerspiel l ’ apparenza e la vanità: lo stesso soggetto del lutto è messo in scena e giocato nella rappresentazione della sua im potenza. L ’ Allegoriker è sempre «totalmente conosciuto dall ’ inconoscibile», dalla creatività di un ’ incognita che nel di namismo conflittuale vanifica gli sforzi che vorrebbero smate rializzare la selva allegorica dove si libera il reale, per tentare d ’ imporre alla produzione di significanti il senso della totalità del rapporto di potere, il suo sicuro investimento. L ’ intenzio ne allegorica è così distrutta dal venire in primo piano del di spositivo che la produce, che sorprendentemente ne definisce l ’ intrinseca allegoricità: «L ’ allegoria sfocia nel vuoto. Il male tout court, che essa custodiva quale permanente profondità, esiste solo in essa, è solo ed esclusivamente allegoria, significa qualcosa di diverso da quel che è. E cioè significa esattamente il non essere di ciò che esso rappresenta. I vizi assoluti quali sono rappresentati dai tiranni e dagli intriganti sono allegorie. Non sono reali e hanno ciò in vece di cui stanno soltanto per lo sguardo soggettivo della melanconia; sono questo sguardo, che viene annientato dai propri prodotti, perché questi signifi cano soltanto la sua cecità. Essi rinviano alla pura molteplici tà profonda e soggettiva del significato, a cui soltanto devono l ’ esistenza. Attraverso la sua configurazione allegorica il male

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