Problemi della transizione 1981
Partito operaio e socialismo
pale dei dirigenti politici rimane tuttavia la ri composizione della frattura tra partito e sin dacati e non la riconsiderazione in termini nuovi del rapporto tra economia e politica; la comprensione delle trasformazioni strutturali in atto è indubbiamente resa problematica da una concezione fatalistica dello sviluppo che intende come tendenza necessaria e positiva la crescente concentrazione dell ’ economia e la conseguente organizzazione delle controparti sociali 22 . In questo ambito problematico, accanto al tentativo di liberare la ricerca sul pensiero so cialista nel periodo della II Internazionale dal le incrostazioni costituitesi e tramandate nel fuoco delle polemiche all ’ interno del movi mento operaio 23 , è necessaria l ’ assunzione di nuovi punti di vista: da un lato attraverso la definizione di quel «marxismo collettivo» su cui si appunta ormai l ’ interesse degli storici 24 , dall ’ altro attraverso l ’ assunzione della pro spettiva controversa dell ’ attività socialdemo cratica negli anni successivi alla prima guerra mondiale di fronte al manifestarsi delle tra sformazioni strutturali, in campo sia sociale che politico, prodotte dallo sviluppo capitali stico dopo la fine della Grande depressione.
contriamo, raramente ormai, in luoghi perti- menti, e molto più facilmente invece, in per corsi improbabili, per non dire incredibili, in discorsi d ’ uso che si costituiscono a partire dalla devastazione e dall ’ abuso del pensiero altrui. La prima di queste storie, che ha determi nato del resto il ritmo dell ’ attualità e della presenza di Benjamin, è già stata raccontata nelle sue linee fondamentali anni fa da G. Spagnoletti nei suoi «Appunti sul marxismo benjaminiano» (in Studi germanici, anno XII, n. 2-3, ottobre 1974) e di recente ancora, fra gli altri, da Rosetta Infelise Fronza in un sag gio bibliografico («La difficile sopravvivenza di Walter Benjamin» , in Critica e storia, a cu ra di F. Rella, Venezia, 1980) e da Franco Rella (Alfabeta, n. 6, 1979). Ma ciò a titolo di esemplificazione, perché difficilmente chi ha lavorato sui testi ha potu to eludere questa questione filologica. La seconda storia muove i suoi primi passi negli anni sessanta, tace o compare sommes samente nei primi anni settanta, fino all ’ im- pazzita invasione sulla scena di oggi, che av valora, e con una tensione rovesciante svuota, una delle caratteristiche della prosa di Benja min, «la sua enorme idoneità alla canonizza zione,. . .alla citazione come una sorta di Sa cra Scrittura» (Scholem). Quanto allo spazio, al luogo delle letture di Benjamin, possiamo tracciare un percorso ita liano le cui tappe sono segnate da alcuni saggi ben conosciuti: l ’ introduzione di Solmi del 1959; il citatissimo Cacciari («Di alcuni moti vi in W. Benjamin», del 1975, i cui più validi motivi non si sono ancora del tutto esauriti); una serie di pre e post-fazioni (fra cui quelle di Cases vanno sicuramente ricordate per l ’ in telligenza e la sottile ostilità); gli interventi di Ferruccio Masini, che ne avvicina il pensiero in modo magistrale e lo lascia operare in mo do costruttivo ed originale in quasi tutte le sue pagine. Sulla discussa ma ineliminabile e importan te presenza di Adorno e Scholem sorvoliamo perché è cosa nota. Tutte queste operazioni hanno contribuito ad aprire il testo di Benjamin come centro di relazioni e, non a caso, gli interventi e le tra
«Benjamin, Benjamin»
«La sola interpretazione si cura è dunque l ’ incompletez za». (Freud)
di Liliana Rampello Ancora oggi due strane storie continuano ad intrecciarsi intorno alla figura di Walter Benjamin: La storia delle edizioni delle sue opere (sia in Germania che in Italia) e quella delle infinite citazioni della sua opera che in
22 Cfr. D. P etzina , Gewerkschaften und Monopolfrage vor und wàhrend der Weimarer Republik, in Archiv fur Sozialgeschichte, XX, 1980, pp. 195-217.
23 Si veda a proposito l ’ intervento di M. Waldenberg in Annali, cit., p. 176. 24 Cfr. l ’ intervento di F. Andreucci, ibidem, p. 193.
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