Problemi della transizione 1981

La sinistra e la crisi dello stato sociale

to sociale che non si esprime nelle forme politiche esistenti (è il caso del ’ 68) e si colloca in una posizione di opposizione che richiama sia una situazione di crisi di egemonia sia una realtà di contropotere. Secondo questo modello non vi è politicizza zione se non di «sinistra» e tutto il resto non è che integrazio ne, manipolazione, o forma conservatrice della politica. Il se condo schema è legato alla formazione dei grandi partiti di massa, dei partiti socialdemocratici e poi dei partiti comunisti. Esso si fonda sull ’ opposizione base-vertice. La politicizzazione non è più di tipo frontale, ovvero extra-istituzionale rispetto al campo delle istituzioni vigenti, ma è interna alle forme isti tuzionali date. E sempre la base che si sposta a sinistra, men tre il vertice è burocratizzato e integrato allo Stato. Ritengo insufficienti entrambi gli schemi — sia quello fondato sulla dialettica istituzionale ed extra-istituzionale, sia quello basato sulla contrapposizione base-vertice — per capire i movimenti di politicizzazione di massa del nostro tempo. In primo luogo perché ci sono stati e ci sono movimenti di massa di destra e anche modelli di politicizzazione di tipo populista che sono completamente istituzionali. E questo avviene laddove c ’ è una coincidenza tra la costituzione di una classe (la classe operaia) e una fase della storia dello Stato nazionale che istituzionaliz za la classe e le dà rappresentanza. In questo senso la socialde mocrazia è un modello di politicizzazione, che si potrà qualifi care poi come corporativa e apolitica, ma che deve essere stu diata come modello di politicizzazione proprio delle rivoluzio ni passive. Ora, io credo che ci sia una difficoltà della cultura politica nell ’ analisi di ciò che viene tradizionalmente chiamato «presa di coscienza». Questa stessa espressione mi pare inade guata, in quanto «presa di coscienza» sembra indicare una specie di soggetto libero che,prende coscienza e viene così oc cultato il peso delle organizzazioni nella politicizzazione delle masse, e dunque l ’ efficacia materialistica delle istituzioni. Tor nando alla dinamica molecolare è evidente che essa evoca le analisi di Foucault ed altri, sviluppatesi in Francia. Mentre il marxismo ha privilegiato le classi e lo Stato, un altro tipo di storiografia (e il discorso può essere allargato a tutta l ’ espe rienza degli «Annales») si è interessato alle forme del potere diffuso e localizzato che non sono riconducibili al modello delle classi o dei grandi insiemi della società: classi, Stato, pro duzione. Essi hanno privilegiato l ’ idea che il potere non è sol tanto «multiplo», ma è soprattutto «produttivo». Si tratta di riconsiderare una visione del potere che riposa semplicemente sul binomio ideologia-coercizione, dove l ’ ideologia è una legit timazione della coercizione e dove la coercizione è un potere bruto senza ideologia, per arrivare ad un ’ idea molto più com plessa ed articolata delle strutture del potere nel capitalismo sviluppato. Una struttura che attraversa le istituzioni e produ ce potere a partire dalle istituzioni, ma che non è riducibile ad un semplice modello istituzionalista, come vuole una certa so ciologia americana. Per usare, con un po ’ di ironia, una for mula di Levi-Strauss, direi che il concetto di dinamica moleco lare è una forma di bricolage teorico per rendere conto di un processo reale. In primo luogo la dinamica molecolare si col lega all ’ autonomizzazione di una parte dell ’ elettorato rispetto alle consegne dei partiti politici. C ’ è stata, ed è un fatto nuo-

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