Problemi della transizione 1981

La sinistra e la crisi dello stato sociale

assestamento negli ultimi anni sul livello del 20-21% (che ri spetto al 28% del dopoguerra è già un declino), fino ad arri vare all ’ attuale 15-16% (livello pari a quello degli anni ’ 30, prima del Fronte Popolare). Credo che le ragioni di questo processo vadano ricercate nel fatto che il partito ha indebolito i propri legami con tre forze essenziali: la classe operaia, i gio vani, le donne. Sulla classe operaia il discorso è estremamente complesso: non è casuale che il partito abbia perso soprattutto nelle mu nicipalità e nelle regioni rosse. Bisogna allora chiamare in cau sa le analisi che sono state fatte. Una prima analisi ipotizzava una dinamica unitaria ed era sostenuta dalla teoria del capita lismo monopolistico di Stato. In questa prospettiva i quadri tecnici e dirigenti venivano considerati come una componente decisiva della classe operaia. In un certo senso era giusto, ma unilaterale. La classe operaia ha conosciuto negli ultimi anni un doppio processo: una dequalificazione assai marcata che ha prodotto l ’ operaio-massa con una cultura profondamente diversa rispetto a quella cultura operaia, espressa dalle com ponenti più professionalizzate, in cui è tradizionalmente radi cato il PCF. Si era puntato sui nuovi ceti, sui tecnici e sui qua dri dirigenti senza tenere conto delle profonde trasformazioni avvenute tra i ceti più sfruttati e meno professionalizzati. In primo luogo i lavoratori immigrati e in secondo luogo i nuovi ceti che presentavano caratteristiche culturali affini a quelle ri scontrate anche in Italia: rifiuto del lavoro e ostilità verso la cultura comunista tradizionale. Il primo tipo di analisi, sinte tizzato nella teoria del capitalismo monopolistico di Stato, era carente soprattutto rispetto a questi processi. Ad essa è stata però sostituita una posizione opposta: un populismo operaista secondo cui i piccoli proprietari e i ceti intermedi sono qualifi cati come sfruttatori della classe operaia. Abbiamo allora assi stito ad un settarismo, con aspetti di nazionalismo, che esclu deva il rapporto con i lavoratori immigrati e presentava anzi comportamenti razzisti. Sia la prima che la seconda imposta zione si sono rivelate incapaci di fondare un rapporto globa- lizzante, quindi strategico, con tutte le diverse componenti della classe operaia. Entro la quale si può distinguere una spe cie di tridimensionalità: una fascia legata ai settori tradiziona li, sempre più minacciati dal boom tecnologico guidato dai settori di punta dell ’ elettronica; una componente poco qualifi cata, assai vasta, composta quasi totalmente da immigrati e giovani; infine i quadri e i tecnici. Di fronte a questa realtà composita e differenziata, la cul tura comunista tradizionale è inoperante ed inefficace. E più profonda ancora è la rottura determinatasi fra i nuovi movi menti democratici: giovani, donne, ecologisti, pacifisti e la cultura politica del PCF. Una cultura che ha incorporato dal giacobinismo una concezione statalista, mentre tutti i nuovi movimenti sono anti-autoritari e anti-statalisti. C ’ è stata, in un certo senso, una ripetizione generale del ’ 68: un divario profondo fra partito comunista e movimenti della società; allora l ’ egemonia fu mancata e non è stata mai più recuperata, neppure nei momenti più dinamici dell ’ unione della sinistra. Per capire le ragioni di questa egemonia manca ta e dell ’ incapacità di riconquistarla, bisognerebbe chiamare

17

Made with FlippingBook - Online Brochure Maker