Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

guentemente la sinistra ha valorizzato gli elementi di oggetti vazione e di razionalizzazione prodotti dal capitalismo. In questo modo è stata valorizzata l ’ organizzazione razionale delle forze produttive, un certo modello di organizzazione produttiva e un certo tipo di razionalità che è in fondo una ra zionalità strumentale e subalterna, non una razionalità critica, emancipatrice, alternativa. Essa è molto subalterna ad un tipo di sviluppo economico che è oggettivamente in crisi. La conce zione della transizione è legata, d ’ altra parte, all ’ eredità della filosofia dell ’ illuminismo con cui il marxismo non ha fatto i conti fino in fondo. Da questa tradizione il marxismo ha ri preso l ’ idea della storia razionale, del senso della storia, l ’ idea che tutto ciò che è barbarie non è che un momento nello svi luppo oggettivo che porta al socialismo. E una forma di mille narismo economicistico. L ’ idea che la transizione viene dalle cose ha scoraggiato l ’ elaborazione di progetti alternativi: spesso si è rinunciato al carattere alternativo oppure ci si è confinati nell ’ utopia. Ne è risultata una frattura fra il terreno dei fini, dei valori e quello del realismo quotidiano, del pragmatismo, del grande svilup po. Credo che la cultura di sinistra si sia confrontata troppo poco con questi problemi e ha trascurato di misurarsi con la cultura della crisi (Nietzsche, Freud) ma anche con la cultura espressa dai nuovi movimenti di emancipazione. C ’ è stata una giustapposizione se non un conflitto fra una «cultura del mo vimento operaio» e una «cultura dell ’ emancipazione» senza che ne sia nata una rielaborazione più ricca. L ’ altra concezio ne della transizione che è in un certo senso speculare alla pri ma, è rappresentata dalla versione «politicista». In generale essa si trova associata a politiche di realismo istituzionale a breve periodo, a politiche di riformulazione riformista della crisi. Alla crisi del socialismo reale e della tradizione leninista e stalinista, i partiti eurocomunisti (quelli che hanno operato una svolta in favore della democrazia), hanno risposto in un modo un po ’ trasformista: si è trattato di una svolta euroco munista che non ha fatto i conti con la propria cultura, né con la cultura che proveniva dal socialismo reale, né con la pro pria cultura storicista e nemmeno con la propria cultura della democrazia. Questo eurocomunismo, che io avevo definito li berale-governativo, è in difficoltà e ha creato ovunque dei fe nomeni di subalternità o di contestazione: da un lato una spe cie di ripresa settaria, filosovietica (che è uno dei fattori più importanti di aggravamento della crisi culturale) nei partiti francese e spagnolo (una ripresa seppure minoritaria si è avuta anche nel PCI). E dall ’ altro vi sono forme di apertura incon trollate, secondo cui i conti vanno fatti con la cultura del key- nesianismo, con la cultura istituzionale, con la cultura del compromesso storico dall ’ alto, con la cultura dell ’ integrazione delle masse nel processo statale configurando globalmente una concezione statalista e istituzionale della transizione. Abbia mo dunque una crisi di identità che si traduce in una specie di frattura, violenta o potenziale, fra la ricerca intellettuale e la pratica politica.

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