Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
risolte del pensiero occidentale che il marxismo credeva di aver superato. Dal momento in cui viene sospesa ogni fondazione razio nale della politica e della democrazia — sia che essa si basi sulla legge e sul diritto (vedi la critica del modello giuridico in Deleuze e Foucault) o sull ’ immagine della ragione come pro gettualità storica o ancora su di un soggetto padrone delle sue scelte — si perviene necessariamente alla concezione della sto ria come semplice successione di eventi, come giochi di potere e di linguaggio, o come destino. Se, come ha mostrato Heidegger, la ragione nella sua for ma più profonda consiste nel «rendere ragione» — in confor mità al principio di ragione operante nella scienza moderna e già nelle cose — la storia diventa, nella critica di ogni raziona lità, «senza ragione». Fra crisi della ragione storica e crisi della ragione politica vi è qualcosa di analogo ad un gioco di imitazione, ad una re lazione circolare che sfocia in una serie di antinomie ben note. L ’ opposizione rousseauiana fra l ’ ordine della «legge» e delle «grandi macchine» politico-statali e l ’ ordine della «natu ra», del desiderio e delle «piccole macchine desideranti»; l ’ an tinomia nietzschiana tra la morte del soggetto classico della politica (soggetto che si presuppone razionale, volitivo e capa ce di governare le proprie scelte) e l ’ emergere della politica co me «volontà di potenza». Si tratta di problemi rintracciabili in Heidegger (la volontà tecnica di dominio o il «destino del mondo occidentale»), in Wittgenstein (i giochi dei linguaggi diversificati) o anche in Habermas, nell ’ analisi delle forme permanenti di delegittima zione della politica. 'Questa idea di una storia senza telos né garanzia di happy end, di una storia problematica è rintracciabile già nelle tesi di Benjamin che lavorava precisamente sui «margini» e sulle «frontiere» (infanzia, utopia del passato, linguaggio dei senza linguaggio). Devo dire che mi sento più vicina a Benjamin che non al Lukacs della Distruzione della ragione. Credo sia importante riflettere, per riprendere questo filo ne, su di una «dialettica in situazione d ’ arresto», su di una concezione poliritmica del progresso che Benjamin confronta va, in Esperienza e povertà, con la «barbarie positivista», con un linguaggio che evoca il Freud del Disagio della civil tà. Il presente deve essere colto entro un processo d ’ analisi che procede per costellazione di elementi, (sottodeterminazio ne, si diceva) non oltrepassato in una ragione totalizzante che di fatto lo nega e se ne allontana in favore di una progettualità scarsamente efficace. Ritengo che la costruzione (o la ricostru zione) di una razionalità molteplice, critica e non lineare, rap presenti un impegno decisivo per spezzare tutte le antinomie sorte in questi ultimi dieci anni: tra una cultura della libera zione e una cultura della trasformazione; tra una concezione molecolare della politica e una cultura istituzionale, di gover no, dei partiti della sinistra; fra cultura «degli intellettuali» e «senso comune» popolare. Una simile operazione può non es sere volontarista nella misura in cui essa si accompagna ad una reale trasformazione delle funzioni intellettuali nei rap porti con la politica ed il potere.
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