Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

renze: ma è inverosimile che abbiano la di mensione adatta a questo scopo e, per di più, sono troppo impegnati a salvaguardare i prin cipi primi ed a far sì che risultino tanto tra sparenti da produrre consenso senza entrare nei dettagli. Dunque, la situazione in cui si trovano a la vorare questi parlamentari è tutt ’ altro che in vidiabile; tra l ’ altro, essi non sono necessaria mente esperti del settore — cioè, non ne han no esperienza diretta e comunque non estesa alle scuole di ogni ordine e grado. Inoltre, so no continuamente sottoposti agli assalti di gruppi o associazioni che stanno svolgendo un dibattito parallelo ed elaborando linee non facilmente prevedibili. Molti nodi vengono al pettine contemporaneamente, le trattative so no estenuanti e la tentazione di fare a modo proprio è rafforzata dalla coscienza di essere il punto di incontro di sollecitazioni ed esi genze così diverse. Per nessuna azienda pro duttiva sarebbe possibile seguire uno schema di lavoro così povero di input e di profes sionalità; il risultato, prevedibile, è che il te sto finale della legge si presterà ad una infini tà di critiche: non tanto per il dissenso verso i princìpi informatori, quanto per le omissioni, le contraddizioni e, soprattutto, la scarsa cor rispondenza con la realtà. Un segno di questo fenomeno è riscontrabile nell ’ atteggiamento di illustri giuristi che, a seconda degli interes si, denunceranno le incongruenze della stesu ra oppure ne daranno una autorevole inter pretazione che, poi, farà testo. Ben diversa è la sorte delle circolari con cui il Ministero im pone l ’ attuazione di qualsiasi provvedimento: queste circolari, una sorta di corrispondenza privata tra funzionari e presidi o rettori o di rettori, copiosa e prolissa, vanno generalmen te molto al di là della legge e ne sostituiscono lo spirito e la lettera. Specie se si tratta di leg ge di princìpi: la violazione di un principio non è facilmente dimostrabile e, nella mag gior parte dei casi, si avvale della forza della pratica. 4. Mi è sembrato necessario premettere queste considerazioni per attenuare gli entu siasmi e le delusioni di chi si sente «oggetto di riforma», specialmente nel settore scolastico. Anche qui, infatti, i mutamenti non possono che essere costruiti dal basso e sulla base di esigenze reali che i diretti interessati devono essere i primi ad individuare. Gli uffici scuola dei partiti ed i loro responsabili farebbero molto meglio, perciò, ad offrirsi come punto

caratterizza le parti politiche — e mancando la capacità di correlare la dinamica scolastica con la più generale dinamica di sviluppo del Paese, il dibattito si accende, sì, ma va per le lunghe. Generalmente, questo dibattito si concreta in proposte di legge che arrivano in Parlamen to. I partiti si avvalgono di loro esperti, in maggioranza «operatori», quindi docenti; il governo affida la stesura del suo testo a fun zionari ministeriali, aiutati da qualche autore vole personaggio che resta discretamente nell ’ ombra. Ma, questi testi di riforma, per la natura del problema, finiscono con il conte nere un grande numero di affermazioni di principio ed un modesto numero di prescri zioni operative. Lo scontro si svolge tutto sul piano ideologico e, se qualcosa arriva in por to, si conclude con una cospicua serie di com promessi e con una ulteriore diminuzione dei contenuti operativi. A quest ’ ultimo «taglio» si provvede con la formula della delega, che rin via all ’ esecutivo l ’ attuazione pratica della ri forma conferendogli, di fatto, un enorme po tere su cui il successivo intervento parlamen tare è ormai di ben scarso effetto. Fanno ecce zione, di solito, gli articoli che si riferiscono al riassetto del personale — spesso si tratta addirittura di leggi a parte — che sono frutto di contrattazione a molte voci e che coinvol gono massicciamente le forze sindacali; ma di questo non mi occuperò. 3. Le condizioni in cui si svolge un dibatti to parlamentare riguardante la scuola non so no, credo, molto ben conosciute. In termini crudi, penso che si possano descrivere così: alcuni parlamentari, componenti le commis sioni pubblica istruzione dei due rami del Par lamento, svolgono il lavoro di costruzione del testo unificato da portare all ’ approvazione dell ’ aula confrontando le rispettive posizioni. Essi avrebbero bisogno di una sorta di ufficio tecnico imparziale, erogatore di dati sicuri e di analisi appropriate, sotto il controllo del Parlamento: ma non ne dispongono. Dispon gono, è vero, del Ministero competente che, però, è lento ed inefficiente — non tanto per reticenza politica determinata dall ’ autoritari smo del ministro in carica (sebbene, talvolta, anche per quello, nei confronti dell ’ opposizio ne) quanto, piuttosto, per una cronica buro cratizzazione vecchio stile che all ’ atto pratico garantisce ai funzionari la detenzione del po tere reale. Ci sono, poi, gli uffici scuola dei partiti, che potrebbero supplire a queste ca

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