Problemi della transizione 1981
La «Carta dei Diritti
bisogni trascurati dalla forma assistenziale dell ’ intervento pubblico, la ricerca di identità più autentiche e riconoscibili, la rivalutazione delle componenti espressive della personalità, di nuove forme di solidarietà. Pensiamo al grande ruolo inno vatore avuto dai movimenti di liberazione della donna. Non sono certo mancati fenomeni patologici (pensiamo al la droga) di consumismo esasperato e la diffusione di miti re gressivi. Resta il fatto che ciò che è stato variamente descritto come «riflusso» è invece un mare ribollente di potenzialità di tra sformazione, di istanze di liberazione individuale e collettiva. Fenomeni ambivalenti, certamente. Chi non vede il pericolo del prevalere di una forma di coscienza neoesistenzialistica e quindi di una possibile separazione tra tutta un ’ area di proble mi sociali ed i problemi dello sviluppo economico-sociale? E comunque un ’ ambivalenza che si è nutrita anche dello scarto iniziale tra un ’ azione del movimento operaio e questa nuova soggettività. Uno scarto che non è dipeso da una origi naria incomprensione per i problemi della liberazione dell ’ in dividuo dalla sottovalutazione di certe tematiche quali ad esempio la condizione femminile, quanto invece da una loro collocazione entro il fronte del cambiamento che li vedeva trainati dalle trasformazioni economiche e dalle politiche isti tuzionali. Questo scarto iniziale ha indebolito il processo di trasfor mazione. Anche per questo ha potuto farsi strada un ’ offensiva tendente a ricondurre la nuova soggettività operaia entro il conflitto redistributivo, emarginando i temi della democrazia industriale, del controllo dell ’ accumulazione, indebolendo la presenza ed il ruolo dei consigli di fabbrica e della proiezione nel territorio delle lotte operaie, proponendo al sindacato un ruolo omogeneo ai modi dei sistemi neocorporativi. È una tendenza — come sappiamo — che non ha ancora vinto ma che è più che mai operante tuttora. Per altro verso, nel processo, pure avviato, di riforma dello Stato, è rimasto dominante un aspetto di redistribuzione del potere tra lo Stato centrale e le Autonomie locali. La questione delle Autonomie non è riuscita a proporsi come interprete di una governabilità non separata ma legata ai processi sociali. È ciò che, assieme al permanere di una politica economica che ha sempre fatto largo uso dei tradizionali strumenti mone tari e fiscali, ha lasciato spazio a quella sorta di riscossa del centralismo alla quale tuttora assistiamo e che ora trova nuo vo alimento dall ’ ulteriore aggravamento della crisi. 5. Ma ciò che più importa rilevare è che in questi anni è riemerso l ’ antico squilibrio tra società ed istituzioni proprio della storia dello Stato italiano. Ecco allora il compito che dobbiamo proporci: evitare il pericolo di una riedizione — sia pure in forme del tutto diver se — del rapporto tra Stato e questione sociale proprio della crisi dell ’ epoca liberale in Italia, quando, cioè, la «questione sociale», non trovò nello Stato liberale forze in grado di af frontarla nel senso della riforma dello Stato, dell ’ ampliamento delle basi reali della democrazia. Non è necessario evocare il fantasma di un nuovo fascismo; basta porre mente ai processi
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