Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

altresì una inusitatamente massiccia presenza di alcuni grandi gruppi privati: posto, infatti, uguale a 100 il volume degli in vestimenti industriali privati nel 1963, solo nel 1968 tale indi ce supera, a prezzi costanti, quello base (portandosi a 103,2) e nel 1974 sfiora addirittura quota 300 3 . Queste profonde lacerazioni nel modello di sviluppo adot tato nell ’ arco di anni precedenti — riassumibili schematica mente nell ’ estrema difficoltà di coniugare esigenze di efficien za produttiva e condizioni di legittimazione politica, entrambe compromesse dall ’ estendersi del conflitto sociale — hanno prodotto non trascurabili divisioni all ’ interno delle classi diri genti del paese che, a loro volta, lasciano spazio ad interpreta zioni tripolari. Il territorio nazionale tende cioè ad apparire suddiviso in tre diverse «aree d ’ influenza», caratterizzate da differenti interessi, obiettivi e riferimenti politici (una sorta di «compromesso territoriale»): da un lato la «vecchia industria laica» localizzata nelle aree nordoccidentali, dall ’ altro le im prese a partecipazione pubblica con base territoriale nel Mez zogiorno, dall ’ altro ancora la piccola e media impresa del set tore concorrenziale, in larga misura concentrata nell ’ area cen tro-nordorientale 4 . Quest ’ ultima, la «terza Italia», si configura come la reale novità del modello interpretativo considerato: l ’ area territoria le intermedia o «periferica» che stempera il carattere dualisti co dell ’ assetto territoriale italiano. Resta da appurare se que sto emergere di tre distinte realtà territoriali (al di là dei limiti intrinseci a tali schematizzazioni) possa in qualche modo pre figurare un superamento o un ammorbidimento del carattere dualistico dello sviluppo nazionale, ovvero se, invece, non ne rappresenti esso stesso un aspetto e/o un prodotto. Questo problema appare marcatamente connotato da non trascurabili aspetti interpretativi sui quali conviene soffermar si. A questo proposito è interessante notare il fatto che i pro cessi di decentramento e riarticolazione delle attività produtti ve sopra accennati, hanno indotto, nel corso degli anni ’ 70, numerose analisi a far riferimento in modo più o meno sfuma to, alla teoria del ciclo di vita dei prodotti, nel tentativo di de lineare un quadro interpretativo più generale all ’ interno del quale inserire il significato di tali processi 5 . Prendendo spunto dall ’ osservazione della tendenza al tra sferimento di cicli produttivi «maturi» dalle aree forti dello sviluppo ad altre aree più arretrate, è stato notato che, nel ca so italiano, ad uscire rafforzata strutturalmente da queste for me di decentramento, non è stata tanto l ’ area più arretrata

3 Cfr. A. G iannola , Imprese a par tecipazione statale e industrializza zione del Mezzogiorno, in A. G ra ziane E. P ugliese (a cura di), Inve stimenti e disoccupazione nel Mezzo giorno, Il Mulino, Bologna 1979, p. 248. Dati più analitici sono ricavabili dall ’ indagine del C esan , Di chi è l'in dustria meridionale, Napoli 1978. 4 Sono, schematicamente, queste le «tre Italie» di A. G raziane nella for mulazione apparsa nel n. 65-66 di «Quaderni Piacentini», pp. 55-67. 5 Cfr. ad esempio, R. C amagni - R.

C appellin , Struttura economica re gionale e integrazione economica eu ropea, in «Economia e politica indu striale», n. 27, 1980; P. F ormica - C. M azziotta (a cura di), Linee evo lutive del sistema economico regiona le, relazione presentata alla Confe renza italiana di Scienze Regionali, Roma, 1980. Va precisato che la teo ria del ciclo di vita dei prodotti, nota come un tentativo di spiegare le ten denze evolutive del commercio inter nazionale (cfr. R. V ernon , Thè eco- nomics of technological change, Pen-

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