Problemi della transizione 1981
Oltre la «terza Italia
(ovvero il Mezzogiorno), quanto un ’ area intermedia (anche geograficamente, ovvero le regioni centro-nordorientali) in cui la diffusione territoriale delle attività produttive ha consolida to un tessuto dinamico di imprese industriali di piccole e me die dimensioni, per lo più operanti nei settori «tradizionali» (ove per tali si intendano le produzioni di beni «primari» o «beni salario»). Al contrario, l ’ area arretrata del paese, anzi ché beneficiare di tali processi diffusivi, ha conosciuto l ’ espan sione di un ’ industrializzazione ancora fortemente concentrata, per punti, guidata e strettamente dipendente da centri di co mando esterni, fondata su produzioni tipiche del settore «mo derno» dell ’ industria, ma scarsamente suscettiva di uno svi luppo territorialmente diffuso. Da questo punto di vista, nel caso italiano, il ciclo di vita del prodotto appare subire una «pausa» nelle aree intermedie, che potrebbero essere viste come una sorta di «barriera terri toriale» che soffoca e ritarda la diffusione industriale nelle aree arretrate: come elemento che tende a rafforzare il caratte re dualistico dell ’ assetto territoriale italiano e ad esserne al tempo stesso un prodotto 6 . Questa ipotesi interpretativa, qui formulata in una forma «forte» e, per certi versi, provocatoria, ha iniziato recente mente a circolare anche all ’ interno delle forze politiche al go verno regionale in alcune realtà della terza Italia. Soprattutto le più sensibili alle problematiche dello «sviluppo equilibrato» 6 Un ’ interpretazione dello sviluppo territoriale tripolare italiano come prodotto e condizione del rafforza mento del dualismo è stata recente mente sviluppata, con particolare at tenzione alle caratteristiche del mer cato del lavoro e ai suoi legami con la struttura produttiva, da G. S erra - valli , Sviluppo dualistico ed aree in termedie, Studium parmense editrice, Parma, s.d.. In tale studio si tenta an che una verifica empirica delle ipotesi formulate, condotta attraverso una analisi dell ’ articolazione regionale dell ’ occupazione industriale del tipo schift share (ovvero basata sulla scomposizione dei tassi di crescita dell ’ occupazione regionale in due componenti: quella strutturale, ovve ro il mix settoriale, e quella regionale relativa alla diversa dinamicità di un determinato settore rispetto a quella del paese). guin Brooks, 1971, pp. 440-460; si veda inoltre L. F ubini , Commercio estero e impresa multinazionale alla luce della teoria del ciclo del prodot to, in «Note economiche», n. 4, 1978) incontra non lievi difficoltà in un ’ applicazione ad un contesto regio nale: ciò è da imputare principalmen te alla scarsa presenza di forti barrie re economico-istituzionali tra le di verse aree di uno stesso paese. In un caso però come quello italiano, stori camente contrassegnato da uno svi luppo accentuatamente squilibrato, assai forte è stata — e rimane — la tentazione di far riferimento, se pure non in modo esplicito, a tale teoria i cui echi possono cogliersi in numero se interpretazioni (dualistiche o tripo lari) dello sviluppo economico del paese. Essa, inoltre, è stata applicata con risultati piuttosto confortanti an che all ’ interpretazione sulla colloca zione dell ’ Italia nel ciclo economico internazionale: da questo punto di vi sta va segnalato lo studio di G. C on ti , La posizione dell ’ Italia nella divi sione internazionale del lavoro, in AA.VV., Specializzazione e competi tività internazionale dell ’ Italia, Il Mulino, Bologna 1978.
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