Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
hanno preso a riconsiderare il ruolo di cerniera tra Nord e Sud del paese di talune di queste regioni, mettendo in discus sione la tesi secondo cui l ’ espansione economica ad esse cono sciuta fosse «pulita» o quanto meno neutrale rispetto allo svi luppo del Mezzogiorno 7 . L ’ evoluzione del dibattito meridionalistico nel corso degli anni ’ 70 evidenzia, implicitamente, alcuni aspetti in questa di rezione. Un noto saggio che partiva dall ’ analisi della forte progressione degli investimenti industriali nel Sud durante il primo scorcio del decennio, tentava di fornire alcune risposte al fatto che, nonostante la crescita registrata dall ’ economia meridionale, essa rimanesse ancora lontana dal superare le principali condizioni strutturali della propria arretratezza 8 . In esso si arriva a concludere — rovesciando alcune delle prece denti interpretazioni — che la causa del permanere di una for te disoccupazione strutturale nel Mezzogiorno e di un ’ accen tuata dipendenza dall ’ esterno, non fosse tanto imputabile a quei settori dell ’ industria nei quali si erano concentrati gli in vestimenti (ovvero gli impianti di base e, in generale, i grandi impianti dei settori moderni) bensì a quelli tradizionali, dove tali investimenti erano mancati e che, anzi, tendevano a con trarre la propria presenza nell ’ area meridionale, sotto rincal zare della concorrenza delle più agguerrite e competitive im prese tradizionali del Centro-Nord. In questo senso basta considerare l ’ incremento occupazio nale nell ’ industria meridionale tra il 1961 e il 1971 per ren dersi conto che la classe oltre i 500 addetti ha contribuito per oltre il 70% a tale incremento, mentre le imprese minori (tra 11 e 100 addetti) ridqcono il proprio contributo ad appena il 20% (pari a poco più di 30.000 addetti); si determina cioè una situazione pressoché inversa rispetto a quella del decennio precedente. Ma la contrazione delle imprese minori (rappre sentative dei settori più tradizionali: abbigliamento, pelli, le gno, ecc.) non può stupire se si considera, ad esempio, che la quota di investimenti in tali settori all ’ inizio degli anni ’ 70 era solo il 2% del totale degli investimenti industriali meridionali, mentre i settori pesanti (chimica, metallurgia, ecc.) ne assorbi vano una quota superiore al 70%. Ma se il ridursi del peso delle imprese a più alta intensità di lavoro comportava alti tassi di disoccupazione (non poten do venire pienamente compensata dall ’ espansione occupazio nale dei settori moderni) allora anche l ’ immagine di economia assistita e dipendente che continuava a dare di sé il Meridio ne, può trovare diverse e più convenienti spiegazioni.
7 Particolare attenzione a queste pro blematiche è stata dedicata dalle for ze sindacali e di governo regionale dell ’ Emilia-Romagna in modo tale da riflettersi anche nella definizione di iniziative programmatrici tese a costi tuire le basi per una localizzazione meridionale di imprese industriali emiliane. Cfr. V. C apecchi , Svilup po economico emiliano, ruolo dell ’ in- dustria metalmeccanica, problema del Mezzogiorno, in AA.VV., La pic cola impresa nell'economia italiana, De Donato, Bari 1978; P. F ormica ,
L ’ azione meridionalistica dell ’ Emilia- Romagna, in «La Società», Bologna 1979; L. T urci , L ’ impegno di pro grammare, in «Analisi», n. 10, 1979. 8 Cfr. A. G raziani , Il Mezzogiorno nell ’ economia italiana oggi, in «In chiesta», n. 29, 1977. L ’ analisi è sta ta poi ripresa in forme più articolate dallo stesso autore nel primo capitolo del volume curato con E. P ugliese , Investimenti e disoccupazione. . cit.
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