Problemi della transizione 1981

L ’ urbanistica in Cina

quotidianamente di cibo, in assenza dei colossali impianti fri goriferi di cui sono dotati i paesi sviluppati, che permettono il trasporto a distanza e la conservazione di frutta e verdura. Ciò viene registrato perfino dalle didascalie della cartografia territoriale, che destinano esplicitamente le aree circostanti la città alle colture agricole necessarie per l ’ alimentazione urbana. Tutto sommato il processo di urbanizzazione degli ultimi 30 anni, pur notevole in valori assoluti, è ben lontano da toc care quelli relativi che hanno contraddistinto la crescita urba na dei paesi sviluppati: anzi il tasso di crescita della popola zione cittadina è stato più rapido nel primo decennio dopo la Liberazione che negli ultimi venti anni. Non so quanto ciò sia frutto di scelte politiche e quanto di difficoltà oggettive o di resistenza dei contadini all ’ inurbamento: è per altro vero che la crisi economica all ’ inizio degli anni Sessanta ha risospinto verso le campagne molti dei più recenti inurbati e che, d ’ altra parte, la preoccupazione di non intasare le città appare co stante in tutti i documenti politici e programmatici cinesi. Comunque trenta anni fa le città con oltre 1 milione di abitanti erano soltanto 7 e oggi sono almeno una ventina e 7 sono oggi le metropoli, contro la sola Shanghai di allora. Lo stesso monocentrismo della struttura urbana è stato sempre osteggiato dai dirigenti comunisti cinesi, che nelle aree metro politane hanno costantemente perseguito il policentrismo con il sistema delle città satelliti. La mia impressione è che questa intenzione sia stata però applicata con timidezza: certamente a Beijing dove la dimensione dei centri satelliti è troppo mode sta per riequilibrare anche solo parzialmente la città e forse perfino a Shanghai, dove pure il decentramento è più sostan zioso e negli ultimi anni è stato appoggiato da grossi impianti produttivi siderurgici e petrolchimici. Del resto, in Cina come in Italia, il controllo della crescita metropolitana non sta dentro alle metropoli, ma molto al di fuori di esse. Lo sanno perfettamente gli urbanisti sovietici che, vivo Stalin, non sono riusciti a bloccare Mosca ai 3 mi lioni e mezzo di abitanti come era stato previsto dal piano re golatore; come quelli messicani, che vedono impotenti cresce re la loro capitale al ritmo di mezzo milione di persone all ’ an no. Le abnormi crescite metropolitane possono essere evitate soltanto a condizione di un relativo equilibrio economico-ter- ritoriale in tutto il Paese e con la creazione di una diffusa ar matura di città medie, unica garanzia di raccordo graduale fra le attività agricole e quelle extragricole. Il riequilibrio territoriale in Cina si è comunque basato per trenta anni sul rafforzamento di città originariamente meno importanti e poste al centro di aree in via di sviluppo. La più rappresentativa a questo proposito è Wuhan, una conurbazio ne che riunisce tre città sul Changjiang (così è chiamato oggi il Fiume Azzurro, lo Yangtsè) di cui è il massimo porto, posta al centro della grande pianura irrigua dell ’ Hubei: meno di un milione di abitanti nel 1948, oggi sfiora i 4 milioni e costitui sce uno dei principali centri industriali della Cina. Altri esem pi potrebbero essere Xi An nello Shaanxi o Chengdu nel Si- chuan, tutte città dell ’ interno, poste in aree che hanno avuto dopo la Liberazione un grosso sviluppo; a queste vanno ag giunte le città della Manciuria, che hanno ricevuto un enorme

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