Problemi della transizione 1981

L ’ urbanistica in Cina

Soltanto all ’ acqua si permette, comunque, di infrangere talvolta la rigida simmetria degli assi ortogonali: come succe de per i tre incantevoli laghi (Beihai, Zhonghai e Nanhai) nei quali si rispecchia il Palazzo Imperiale di Beijing o in modo anche più radicale ad Hangzhou, la città che si adagia sinuo- samente sulle rive dello splendido lago dell ’ Ovest. Questa esperienza diretta mi conferma quanto già conoscevo attraver so i pochi testi italiani sull ’ urbanistica cinese e le mie scarse letture dei numerosi testi che invece esistono in inglese: e cioè l ’ importanza determinante del paesaggio «naturale-artificiale» nel sistema urbano cinese. Nelle città sono frequentemente in seriti giardini che in miniatura riproducono elementi naturali, laghetti, ruscelli, collinette rocciose, boschetti, il tutto infram mezzato da ponticelli, sentieri lastricati, corridoi coperti e pic coli, deliziosi padiglioni. Fuori dalle città altri monumenti artificiali-naturali confer mano il tradizionale amore dei cinesi per il paesaggio: il Palaz zo d ’ Estate che si affaccia sul lago Kunming alla periferia nord-ovest di Beijing, o agli edifici inseriti nella sistemazione del lago dell ’ Ovest ad Hangzhou, sono due stupende testimo nianze di questa tipologia urbanistica. Tutto l ’ opposto del ri nascimentale e geometrico «giardino all ’ italiana», ma anche dei parchi «naturali» all ’ inglese, che circondano i palazzi o i castelli europei, fronteggiandoli, contrapponendosi ad essi: le strutture cinesi che ho chiamato «naturali-artificiali» spezzet tano invece l ’ architettura in tanti episodi, collegati, ma più modesti, fino a fonderla con gli elementi della natura ripro dotti in miniatura o comunque completamente riplasmati. L ’ urbanistica moderna occidentale è arrivata in Cina con il colonialismo e ha influenzato direttamente soltanto le poche città cresciute sotto l ’ impulso del commercio capitalistico. An che a Shanghai o a Guangzhou (Canton) si scorge ancora la trama ortogonale del reticolo stradale, ma qui è assai più fitta per aumentare il valore degli edifici e questi infatti sono sem pre rivolti alla strada e non all ’ interno dell ’ isolato come avvie ne nella tradizione cinese. La corrente edilizia abitativa nelle città coloniali è generalmente a due o tre piani e non ad un so lo piano come nelle città cinesi; a Shanghai addirittura le stra de sono bordate di platani all ’ uso francese, introdotti un seco lo fa, ma ripianati anche oggi perché ormai fanno parte del panorama cittadino. Le altre città non hanno fino alla Liberazione cambiato molto la propria impronta urbanistica, se non per quanto ri guarda il traffico (strade allargate, introduzione nelle maggio ri città del tram, costruzione della ferrovia e delle relative sta zioni) e gli edifici importanti (amministrazione, sanità, com mercio e turismo). Era inevitabile che il nuovo regime politi co dopo la Liberazione dovesse affrontare una radicale tra sformazione urbanistica, il cui primo atto fu l ’ eliminazione de gli slums che pullulavano nelle città cinesi. L ’ operazione co lossale, di importanza storica data l ’ entità del fenomeno, fu portata a buon fine con molto pragmatismo, sostituendo le baracche di paglia e di fango con le piccole abitazioni tradi zionali ad un piano, dai muri di mattoni e dal tetto di tegole, anche per la difficoltà che in un primo tempo presentava la soluzione diffusa di grandi costruzioni in cemento armato.

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