Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

Mentre ancora costante si ripete il coronamento degli edifici, affidato al classico tetto a tenda, frequentemente disposto in più strati. I colori sono sempre quelli classici, rosso, blu, ver de e oro, che si ripetono anche perché ad essi si affida un si gnificato emblematico-religioso. In questa situazione, ad esempio, la sostituzione, la rico struzione, il restauro di architetture monumentali, ha posto nel corso dei secoli problemi assai diversi da quelli che ha po sto in Europa. Ancora una volta risulta difficile dire a prima vista se un edificio sia stato restaurato recentemente o cento anni fa, se un altro si presenti nella sua concezione originale o sia stato alterato da una ricostruzione posteriore: perché la costanza dei materiali, dei colori, delle tecniche costruttive ha permesso vuoi perfetti restauri, vuoi altrettanto «perfette» so stituzioni. Tanto per capirsi, i falsi restauri medievaleggianti operati dal Rubbiani a Bologna sul finire del secolo scorso, non potrebbero esistere in Cina, dove mancherebbe l ’ artificia lità e quindi il «dolo» dell ’ intervento. A questa prima differenza di fondo bisogna aggiungerne una seconda. La simbiosi che ha generalmente ravvicinato nel le città europee gli edifici principali del passato — chiese, pa lazzi pubblici, magioni private — , non sembra esistere in Ci na: il popolo non è mai entrato nel Palazzo Imperiale di Bei jing — non a caso chiamato la Città Proibita — cinto di alte e impenetrabili mura. E altrettanto può dirsi per le altre dimore imperiali disseminate nelle città cinesi, mentre gli stessi palazzi deH ’ amministrazione mandarina erano frequentati da una mi noranza di funzionari e di servi: perfino i templi non erano destinati alla frequentazione di massa dei fedeli, ma piuttosto alla preghiera che i sacerdoti e le autorità intonavano in nome della collettività. Solo dopo la Liberazione le sterminate molti tudini cinesi hanno visitato — con una frequenza inspiegabile in Europa — i palazzi da cui erano state escluse per millenni: e questo distacco può contribuire a spiegare, se non a giustifi care, la furia iconoclasta che in alcuni casi la Rivoluzione Cul turale ha rivolto contro le architetture storiche. Non essendo dunque sostanzialmente esistita una commi stione fra «monumenti» e «architettura minore», in Cina non si è neppure proposto il problema critico di superare la dico tomia ottocentesca, che ha portato in Europa a formulare la concezione unitaria del «centro storico», da considerare e quindi da conservare nella sua interezza e complessività. An che perché, se in Cina le architetture storiche importanti sono state spesso sostituite, ricostruite, o restaurate più o meno in tegralmente, le architetture minori del passato sono letteral mente scomparse e sostituite diecine di volte nel corso dei se coli. Ma ciò che ancora una volta distingue la Cina dall ’ Euro pa, sta nel fatto che tale sostituzione ha mutato di poco le ti pologie edilizie e i materiali impiegati, e dunque anche l ’ aspet to formale delle singole abitazioni e degli isolati residenziali: casette in mattoni ad un piano, coperte da un tetto in tegole grezze, con pareti chiuse sulla strada e finestrate su minuscoli cortili interni, composte insieme a formare grandi e labirintici isolati rettangolari.

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