Problemi della transizione 1981

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

all ’ orizzonte della mediazione ideologica, po ne altresì le condizioni di una storiografia let teraria che non si limita ad essere «... verifica scientifica del documento in funzione di un giudizio storiografico» 1, bensì assunzione del documento medesimo come «congettura», suggerimento, tessuto in cui il presunto filo della storia si aggroviglia, si decompone, fino a mostrare i multipli tragitti, gli inevitabili scarti, in altri termini, il testo fatto dei suoi sterminati rinvìi irriducibili alla compostezza dell ’ esposizione storiografica, ma costringenti quest ’ ultima a cercare nel rapporto con il pas sato solo «... il mezzo più efficace per una di retta e immediata contestazione del presen te» 2 . Nella forma del saggio la critica, per Masini, non solo disfa ciò che la storiografia intenderebbe ormai definitivamente esporre, ma restituisce quest ’ ultima alla possibilità che l ’ ideologia, in diverso modo, le ha sottratto: la capacità di istituire con il passato, con il documento, un rapporto che non è da nulla pre-giudicato, bensì si dà come esercizio rico gnitivo interno a una domanda che ne verifica le possibilità di risposta per la prassi presente. Alla esposizione museale e depositaria delle opere che non fa che coniugare la seriale si multaneità storicistica tra realtà e storia, con segnando l ’ opera al destino della perpetua identificazione, il saggismo di Masini, sulla scia delle suggestioni di Musil, di Brecht, e in particolare, di Benjamin, oppone una narra zione sperimentale che «tende a risolvere il suo centro di gravità non già in un ordine prestabilito di esperienze, ma nella serie dina mica dei “ possibili ” , cioè in una prospettiva che è indubbiamente l ’ unica per intendere ap pieno la struttura molecolare del documento, del testo come Textur, la sua versatilità e la sua polivalenza enarmonica» 3 . Liberare il documento dal risultato, dalla storiografia dei risultati, significa restituire credito alle opere, ripercorrendo lo scarto, le tensioni, i contrasti di cui il fatto letterario è momento di dinamica confluenza. Per queste ragioni «l ’ operazione critica — osserva Masini — non può pretendere ovvia mente, d ’ avocare a se la pretesa totalizzante di ricomporre la frattura, di saturare il diviso, di sanare i conflitti e le antinomie, poiché non 1 F. M asini , Brecht e Benjamin, Ba ri, 1977, p. 43. 2 Ibidem, p. 44.

può costruire una sintesi fittizia laddove que sta è resa impraticabile dal movimento stesso del reale, dal configurarsi delle sue dimensio ni profonde come possibilità latenti di signifi cato» 4 * . La critica, in altri termini, non deve preoc cuparsi di istituire coerenza laddove c ’ è diva ricazione, non ha da restituire alla compo stezza del continuum ciò che in realtà, per po ter parlare ancora, deve essere strappato alla codificazione del senso e consegnato al suo stato di frammento, di emblema che, come dice Benjamin, «non propone l ’ essenza dietro il quadro»*, bensì i solchi, le fratture, i segni di una ferita, di uno scarto i cui lembi la criti ca è chiamata a percorrere non certo per resti tuire il tessuto a una presunta integrità origi naria, quanto per sperimentare nella ferita stessa le possibilità dell ’ inaudito, dell ’ ecceden za, in definitiva, di que\V altrove da cui il testo è attraversato e a cui rinvia. Negli Schiavi di Efesto ancora una volta l ’ esperienza letteraria ed artistica del ’ 900 te desco è, da Masini, ripercorsa come linguag gio ostensivo di uno spazio sperimentale la cui curvatura non può essere compresa se non come sviluppo di possibilità di senso aperte dal processo di straniamento, ossia, di dislo cazione del «centro». L ’ essenza dell ’ opera — se ha ancora un qualche senso usare tale ter minologia — è la condizione, per così dire, ex-statica in cui l ’ opera si situa; è luogo che sottrae l ’ opera alla pretesa totalizzante della soggettività, e con questa, al progetto di com piutezza umanistica-borghese, per consegnar la a quella eccedenza di cui l ’ opera è insieme negazione e cifra. Consegnato alla condizione eccentrica, il senso dell ’ opera rinvia quest ’ ulti ma a quella dialettica della prassi materiale per la quale l ’ opera stessa è misurata e la pro duzione letteraria liberata dal destino ideolo gico dell ’ aura. Tale criterio metodologico che nel suo Brecht e Benjamin Masini già illustrava deli neando le coordinate di una ermeneutica ma terialista, diventa negli Schiavi di Efesto non solo prassi esegetica, ma oggetto di un ulte riore approfondimento. Mi riferisco al saggio introduttivo che oltre a fornire le coordinate interpretative entro cui

5 W. B enjamin , Il dramma barocco tedesco, Torino, 1961, tr. it. di En rico Filippini, p. 196.

3 Gli schiavi di Efesto, cit., p. 12. 4 F. M asini , Brecht e Benjamin, cit., pp. 12-13.

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