Problemi della transizione 1981

La crisi dell ’ attualismo

gitatum, ovvero dell ’ empirico, del pensato, del fatto. «Proiettato sul piano storiografico — osservano gli autori (i quali si muovono nella convinzione che i caratteri della pratica storiografica di Cantimori hanno origine nella sua revisione filosofica dell ’ attualismo) — quello di Cantimori è un embrionale tentativo di rovesciare la protesta gentiliana di assorbi re le res gestae nella « storia del puntuale atto pensante» (p. 41). A questa critica della prevaricazione del soggetto pensante nei confronti degli oggetti pensati si accompagna in Cantimori la con trarietà ad accettare la gentiliana riduzione del molteplice, del diverso, in una totalità e in una unità già date («giusto», scrive Cantimori a margine dell ’ osservazione di Della Volpe se condo la quale «la realtà, la storia, il molte plice concreto rischia di cangiarsi in una steri le uniformità, sfuma nell ’ indistinto») (p. 112). Allo stesso modo egli rifiuta il rapporto di identità immediata che Gentile aveva stabi lito tra individuale e universale: l ’ universale non è anch ’ esso un qualcosa di già dato, di certo, di garantito («non mi persuade», anno ta ancora Cantimori a fianco di ciò che affer ma Fazio-Allmayer: «La società degli esseri spirituali è la presenza dell ’ universalità nello spirito d ’ ognuno, in modo che si può dire che ciascuno sia a modo suo tutta l ’ umanità») (p. Ili), al contrario esso è da riconoscere nello Streben, ovvero, secondo le sue stesse parole, «nello sforzo di realizzarsi come tale» (p. 114). Come affermano gli autori di questo volume, «alla totalità “ fanatica ” dell ’ attuali smo Cantimori contrappone fin d ’ ora una tensione non garantita all ’ unità [...] in modo da non travolgere fattualità e molteplicità de gli “ io ” empirici entro l ’ io trascendentale di Gentile» (p. 44) (una «solenne confusione!» pare infatti a Cantimori il ragionamento di Fazio-Allmayer secondo cui se «anche le co scienze degli uomini fossero uguali, ma noi tutti insieme non ci inserissimo in un ’ unica coscienza come momenti di essa, non potrem mo mai riconoscere l ’ identità delle co scienze») (p. 109). Da qui l ’ attenzione di Cantimori a non calpestare le alterità, a rico noscere e a valorizzare la realtà e l ’ autonomia degli altri soggetti, da qui dunque il tema, centrale in lui, della tolleranza (significativi, a questo riguardo, i richiami a Campanella e ai «suoi scherni all ’ uomo si vuol fare centro del mondo») (p. 122), un tema, questo della tol leranza, che indica lo scarto che ormai separa la riflessione cantimoriana dal totalitarismo

significato e l ’ efficacia di questa fase della sua attività, rimasta ancora abbondantemente ce lata» (p. 18). Questa influenza che il primo Carlini, sep pur in vario modo e in aspetti diversi, ha eser citato su tutti e quattro i protagonisti del vo lume in esame è riscontrabile nei materiali ivi riportati. In una lettera del 1924, Della Volpe considera il proprio saggio L'idealismo dell'atto e il problema delle categorie (dello stesso anno) un primo risultato di quel pro gramma critico di ricerca — di cui Carlini sa rebbe stato l ’ iniziatore — volto a «rompere — così egli si esprime significativamente — il cerchio troppo magico dell ’ idealismo at tuale!» (p. 30). Con queste parole il giovane Della Volpe esprimeva la propria insofferenza nei riguardi degli aspetti totalizzanti dell ’ at tualismo gentiliano, tendente ad annullare le differenze nell ’ unicità dell ’ Atto. La tesi critica che egli fa propria in quel saggio — l ’ « incapa cità dell ’ idealismo dell ’ atto a rendere conto delle distinzioni entro lo spirito» — si riallac cia direttamente alla convinzione che Carlini aveva espresso tre anni prima in La vita dello spirito ’ , «l ’ unità del molteplice non può consi stere [...] nella soppressione delle differenze e delle particolarità» (p. 21). Questo indirizzo critico, animato da solle citazioni di carattere empiristico, che Della Volpe stava avviando e sviluppando nei con fronti del totalitarismo attualistico, ha eserci tato — affermano gli autori del volume — un determinante influsso sul giovane Cantimori. Questa influenza risulta chiara già nel primo documento presentatoci (alcune note che Cantimori stilò a margine di un testo del gen tiliano V. Fazio-Allmayer durante l ’ anno sco lastico 1921- ’ 22, cioè proprio quando a Ra venna era suo professore di liceo Della Volpe), dove l ’ allora giovane studente espri meva con forza la preoccupazione di non con fondere l ’ essere col pensiero pur nella loro re lazione interna all ’ atto del pensare, vale a di re: se non è possibile «pensare senza pensare qualcosa» (p. 110), è anche vero che non si può cancellare l ’ «esse nel cogito» (p. 107). «Cogito, ergo su, sed cogitatum quoque est»: con questa che egli chiama la «nuova formula del cogito», e che può essere considerata co me una sintesi consapevole di questo suo pri mo punto di arrivo e di partenza al tempo stesso, Cantimori intende rimarcare, di con tro alla dialettica gentiliana che «non conosce mondo che già sia», che nell ’ «atto vede perciò la radice di tutto» (p. 40), l ’ autonomia del co

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