Problemi della transizione 1981
PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE
del sistema gentiliano. Abbiamo accennato sopra al successivo di spiegarsi del pensiero carliniano ed ai suoi ef fetti deludenti rispetto a quella che era stata una prima fase dai toni critici nei confronti del monolitico impianto gentiliano. Si tratta in effetti di un indirizzo involutivo che per il suo assumere sempre più nettamente caratte re, motivi e interessi di natura religiosa e per il suo ripiegarsi verso una riflessione segnata da una nota d ’ interiorità, finiva per allonta narsi definitivamente dal terreno dell ’ imma nenza e per smarrire completamente le origi narie esigenze di concretezza e di aderenza al la realtà empirica. È a partire da questi punti nodali che si determina lo spartiacque tra la direzione presa da Carlini e quella in cui si avviano i quattro protagonisti presi in esame in questo libro, sempre protesi al raggiungi mento di una «filosofia del reale» e animati da uno spirito d ’ impegno e di operosità se condo quanto De Ruggiero indicò come stra da da percorrere: «sforzarsi di lavorare col pensiero, piuttosto che sul pensiero a vuoto, prendendo come programma da attuare e non come risultato già acquisito da esibire il prin cipio idealistico che lo spirito è quel che effet tivamente si fa» (p. 155). Nel corso di lezioni del 1949 dedicate a Carlini e ricordate dagli autori di questo volu me, Della Volpe considera la riflessione gio vanile di quel filosofo come un esempio di cri tica interna dell ’ idealismo, con tutte le con traddizioni che ne possono derivare appunto per questo suo carattere interno, e, applican do a Carlini il giudizio che Marx aveva rivol to ai Giovani hegeliani, afferma che la critica dell ’ idealismo «o è assolutamente radicale o non è» (p. 20). Infatti, sostiene Della Volpe, il tentativo carliniano di superare le astrattez ze e gli schematismi della dialettica di Hegel come quella di Gentile semplicemente me diante il presupporre la «distinzione» all ’ in terno dell ’ unicità dell ’ Atto si involge in una contraddizione, in quanto «la dualità origina ria interna non è una dualità di distinti, ma di opposti e, perciò, “ componibile ” , ma perciò pure dualità fittizia (dal punto di vista della distinzione) o meglio dualità che è la funzione stessa dell ’ unità, e che da questa non ci trae
fuori» (p. 25); ovvero questo tentativo non fa che ripetere l ’ illusione coltivata da Croce,, cioè «che si possa, astrattamente dialettizzando questi pseudo-distinti, anche soltanto “ rifor mare ” la dialettica hegeliana ed uscire dalle difficoltà che essa ci trasmette» (p. 27). In fin dei conti, lo sforzo di Carlini di avvicinarsi al la realtà fino a renderne le diversità, le molte plicità e le individualità, senza però rinuncia re al principio della fondamentalità del pen siero o Atto, era destinato al fallimento per ché, come già nel 1926 Della Volpe gli aveva scritto, con «quelle categorie speculative di Soggetto-oggetto e di Pensante-pensato [...] si parte, ancora, dal Pensiero per arrivare all ’ Essere, e il miracolo lo dovrebbe compie re, naturalmente, la dialettica degli opposti... applicata ai concetti di Soggetto e Oggetto!» (P- 31). Una volta dichiaratosi unico principio fon damentale di tutto l ’ essere, origine di ogni co sa, il pensiero o Atto, per evitare la situazione ben descritta da A. Tilgher 1 , deve mostrare di saper produrre la realtà. In verità, come sap piamo da Marx, esso non fa e non può far al tro che riprodurre la realtà esattamente come essa si presenta in un determinato momento e luogo. A questa sorte non sfugge neanche Carlini, i cui distinti — come ha osservato Della Volpe in quel suo corso di lezioni del ’ 49 — hanno «connaturato il difetto dell ’ esse re, inoltre, cattiva empiria — secondo un ’ espressione di Marx — o assolutizzazione indebita di termini empirici» (p. 26). E quan to «cattiva» fosse l ’ empiria che Carlini aveva assolutizzato lo si può facilmente riconoscere se solo si pensa che i suoi distinti, ovvero — per esprimerci in termini dellavolpiani (p. 116) — i «due fuochi» della medesima «ellis se» o Atto risultarono essere, a seguito della sua scelta ideologico-politica, lo Stato e la Chiesa (scrisse Carlini: «la Conciliazione fra 10 Stato e la Chiesa promossa da Mussolini ha un ’ importanza storica di gran lunga supe riore (per lo meno è da augurare) a quella del la Rivoluzione francese». «In un certo senso — commenta Garin — potrebbe quasi dirsi che, dopo il ’ 29, egli ambì soprattutto a farsi 11 filosofo della Conciliazione» 2 ). Dopo esserci soffermati sul distacco teorico
1 II «pensiero pensante è un pensie ro che non pensa nulla, perché non ha nulla a cui pensare, è un mulino che macina a vuoto, una serpe che per mancanza d ’ alimento si mangia la coda» (cit. in E. G arin , Cronache
di filosofia italiana 1900/1943, Ba ri, Laterza, 1966, p. 372). 2 E. G arin , op. cit., p. 414.
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