Problemi della transizione 1982

I rapporti Europa-USA

leaders politici tendono a minimizzare i contrasti, almeno quando si tratta di fare dei bilanci generali e non concentrandosi su singoli problemi. Schmidt, per esempio, l ’ unico leader occidentale che ha partecipato in prima persona al dibattito strategico del «foreign policy community», insiste che una comunità di interessi persiste. Per lui l ’ interdipendenza Europa-America consiste, si definisce nei termini della dipendenza americana dall ’ Europa per il mante nimento del proprio ruolo globale e la dipendenza tradizionale dell ’ Europa dall ’ America per la sua difesa. Secondo Schmidt que sta situazione di base non è cambiata, perciò egli insiste che l ’ uni ca visione di lungo termine possibile è una visione che corre su due binari: da una parte l ’ allargamento di tutte quelle occasioni di cooperazione commerciale, culturale e politica con l ’ Unione Sovietica, accompagnato da un rafforzamento costante della de terrenza intesa in senso più o meno tradizionale 26 . Sarebbe questa la visione d ’ insieme ratificata dall ’ incontro di Bonn di giugno secondo i comunicati, segnalando un salutare ag giustamento dell ’ approccio di Washington e l ’ ultima vittoria po litica di Schmidt. Eppure, tornato a casa, Reagan ha lanciato subi to un nuovo fortissimo attacco al gasdotto siberiano e ad altre for me di collaborazione economica fra Ovest ed Est. In realtà Schmidt si è distinto come l ’ unico statista dell ’ Europa occidentale che è capace di insistere tuttora su una visione costrut tiva di lungo termine di questo tipo. Mitterrand, per conto suo, ha altre priorità, e sembra aver accettato un ripensamento atlanti sta dopo la sua entrata al potere o per conversione/convinzione, oppure per conquistare lo spazio a livello internazionale che gli potrebbe permettere di seguire linee originali rispetto al Terzo Mondo e all ’ interno del suo paese. Per il resto, vediamo i singoli paesi ed il sistema nel suo insieme coinvolti in un tentativo sem pre più frenetico di star dietro la crisi o le crisi del momento. Ra zionalizzando questo comportamento, si è arrivati a parlare del crisis management e una parte non minore delle capacità intellet tuali di analisi del sistema sarebbe andata in questa direzione, cioè verso la costruzione di un sistema di regole, più o meno scien tifiche, per gestire quei momenti drammatici che si susseguono con tanta frequenza oggigiorno. Eppure, se guardiamo la realtà, i tecnocrati del crisis management si sono rivelati estremamente deboli nel reale controllo delle drammatiche tendenze che si svi luppano ogni giorno producendo quei conflitti che dominano i ti toli dei nostri giornali. Sappiamo che, in qualche modo, la pace è stata mantenuta. Inoltre si è saputo contenere in qualche misura tanti conflitti scoppiati a livello locale o regionale in questi anni. Ma se guardiamo più da vicino a questi momenti di crisi, vediamo quanto la reale misura di controllo dei managers del sistema sia la bile. Per illustrare questa affermazione, abbiamo disegnato due elenchi che sistemano alcune delle crisi di questi anni secondo la loro prevedibilità ed il loro sbocco.

26 S chmidt , pp. 745-46.

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