Problemi della transizione 1982

Medio Oriente

goni o i medici vogliano applicarsi alla purulenza della Palestina. Singolarmente, le forze progressiste, come s ’ usava dire un tempo, accettano una versione locale della cura (idest-. del male). Inten diamoci: ciò non significa affermare scioccamente che c ’ è soluzio ne globale dall ’ Afganistan all ’ Atlantico o soluzione non c ’ è. Equivarrebbe, con ogni evidenza, a lavorare ad un consolidamen to dello status quo o peggio. I termini della questione sono altri e cioè: 1) le soluzioni locali di cui si dibatte (la reaganiana, ponia mo) sono parte di disegni più complessivi e perciò: 2) vanno di scusse in tale dimensione e quindi 3) a meno che non ci sia coinci denza d ’ interessi e visioni strategiche, ad esse debbono essere op poste diagnosi e cure altrettanto generali. È partendo da tali premesse che mi pare meriti di essere rivisita ta un ’ inattuale proposta, carica d ’ attualità. 2. All ’ indomani della guerra dei sei giorni, Al Fath — che ave va sbaraccato la vecchia dirigenza palestinese di uno strano figuro, Shukeiri — lanciava come proposta strategica, da realizzarsi con la lotta armata e ad un tempo con quella di massa, in stretta connes sione con la minoranza d ’ avanguardia israeliana, la idea della creazione di uno stato democratico laico bi-nazionale . Non importa qui ed ora affrontare le cause molteplici e le ambi guità di fondo che portarono prima allo stemperarsi poi all ’ accan tonamento di fatto di quella proposta. Se ne può — schematica mente — addurre la colpa primaria alle forze politiche dominanti in Israele (e a lungo, si sa, il governo rimase in mano ai laburisti membri, da sempre, dell ’ Internazionale Socialista). E tuttavia non mancano responsabilità pesanti arabe e pure palestinesi. Del resto non è casuale che quella linea vada sbiadendo (se non rove sciandosi) man mano che Al Fath si annega nell ’ OLP e resta so stanzialmente minoritaria sul piano dell ’ organizzazione militare. A discutere oggi, pur fra mille distinguo, la risposta è quella, con venatura paternalista, del freddo «realismo» contro le fantasti cherie degli utopisti. Quella bella e nobile idea si è dimostrata una linea impraticabile, è morta nello scontro con la realtà. Non meraviglia certo la difficoltà estrema cui è andata incontro quell ’ ipotesi. Meraviglierebbe semmai il contrario e meraviglia piuttosto che ripetuti e grandi insuccessi non fossero stati messi nel conto. Si trattava infatti di una proposta realmente esplosiva. Guardiamoci dentro un momento. Sul versante israeliano le sue implicazioni sono evidenti: 1) si ri conosceva la realtà dell ’ insediamento israeliano in Palestina; di più: si riconosceva l ’ entità politica di tale insediamento; 2) nel processo di avvicinamento e costruzione del nuovo stato bi- nazionale si puntava apertamente nella sostanza sugli strati sfrut tati dalla popolazione israeliana; 3) si poneva concretamente il no do del significato della base sionista di Israele e della sua struttura sostanzialmente teocratica. La cosa emblematica non fu il rifiuto della maggioranza, ma l ’ attenzione di una minoranza. L ’ originaria proposta di Al Fath, e del suo capo: Arafat, aveva però una carica esplosiva pure sul versante arabo. Molto si racchiu de nella connotazione laica dello stato che avrebbe dovuto nascere dalla lotta palestinese e che qualificava pure il polivalente «demo cratico». Si trattava di fatto di una sfida non solo agli stati reazio nari ma pure a quelli per convenzione definiti «progressisti». Uno

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