Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

specchio con cui fare i conti perché nella Palestina rinnovata la de mocrazia — in forme originali e senza scimmiottamenti occiden- taleggianti — avrebbe dovuto trovare forme inequivoche.

3. Paradossalmente (in apparenza) l ’ ipotesi originaria di Arafat riacquista oggi una pregnante attualità. C ’ è un dato di fondo di tutta la «questione Palestine» su cui si continua — stranamente o forse in modo fin troppo chiaro — a tacere. Il velo è però stato in parte sollevato dal cancelliere austria co Kreisky in un ’ intervista al Guardian. C ’ è oggi una sostanziale specularità fra realtà ebraica e realtà palestinese. Israele e OLP ambiscono a rappresentare ad un tempo due insediamenti e due diaspore. Ed entrambi sanno che comun que le entità territoriali esistenti (Israele) e future (lo stato palesti nese) non hanno potuto, non possono e non potranno eliminare questo dato di fatto, anche se — come per gli sbandati sopravvis suti dai campi di sterminio nazisti e gli israeliti espulsi dai paesi arabi — c ’ è un ovvio e concreto problema di ritorno- reinsediamento dei profughi. Se questa specularità è reale, come lo è, per quanto nata da sto rie diverse, entrambe le nazionalità possono assumere come pro prio un identico problema: farsi garanti e chiedere-produrre ga ranzie internazionali per le minoranze di entrambe le diaspore. In tal modo non tanto si spunterebbe un ’ arma nelle mani di Begin, quanto si proporrebbe una reale linea di superamento del sioni smo non negandone aprioristicamente la ragion d ’ essere ma assu mendo quella ragione (distorta del sionismo) in modo rigoroso e realistico. Minoranze e «nazionalità» ebraiche esistono per il mon do; la loro stessa vitalità nega la giustezza della scelta sionista; esse tuttavia restano attratte da quella opzione e dal suo risultato, Israele, in quanto strette nella morsa o dell ’ accettazione di una prospettiva di assimilazione o di discriminazioni più o meno pale si. Né mancano diversi, ma non meno pressanti, problemi alle co munità della diaspora palestinese, a meno di non accettare l ’ ipo tesi di un informe magma arabo se non islamico. L ’ ipotesi democratica, laica, bi-nazionale ha come corrispettivo e parte integrante dunque una versione di ripensamento delle ga ranzie delle minoranze etnico-religiose in generale. Qui, è ovvio, emerge un tema di dibattito e una responsabilità politica che ci coinvolge tutti e tocca un nervo scoperto della realtà mondiale, e pure europea. Provincialismi, sufficienza, malcelati residui di mentalità colonizzatrice hanno indotto spesso forze importanti della sinistra europea (in primis', italiana) a vedere i nodi nazionali come «residui» o, che è lo stesso, quali problemi «altri», di diversi «stadi dello sviluppo». Le crisi che si susseguono, e quella medio rientale in particolare, obbligano a superare antiche pigrizie, faci lonerie, schematismi. Rintracciando la possibilità di un filo di comune interesse nello scontro mortale che li oppone israeliani e palestinesi potrebbero riappropriarsi di quel loro destino che sta sfuggendo sempre più dalle loro mani, anche da quelle dei vincitori sul piano militare. E si andrebbe componendo un fronte di lotta locale e internazionale interessato ad un tempo ad una pace stabile e a un processo di cre scita democratica di tutta l ’ area. Anche per questo si preferisce la sciare fra i cimeli storici quella profonda intuizione di Al Fath.

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