Problemi della transizione 1982
Medio Oriente
4. Come riavviare il cammino di questa ipotesi inattuale? Co me nei gialli più classici occorre rivolgerci al cuiprodest. Un giova mento essenziale, certo, lo otterrebbero nel periodo medio-lungo Israele e le minoranze (nazionalità) ebraiche del mondo. Sul pia no della sicurezza e della garanzia ma anche — per quel che con cerne Israele — delle proprie istituzioni, della propria natura poli tica interna. Di fronte ai massacri di Beirut si è prodotto nel mon do israeliano e più in generale in quello ebraico una scossa che Maxime Rodinson paragona a quella che nel ’ 56 percorse il mon do comunista. C ’ è la possibilità che per la prima volta la conti nuità sionista, se così ci si può esprimere, venga messa in discus sione (che non vuol dire, è ovvio, rimettere in questione resisten za della presenza ebraica in Palestina). Questo processo comples so, dubbioso, straziante deve trovare corrispondenza e aiuto nell ’ «esterno». Dalle forze democratiche del mondo: per quanto ci riguarda europee e italiane. Non basta — come, in modo nuo vo, si è cominciato a fare — l ’ attenzione. Né bastano le solidarietà a fronte di barbari attacchi antisemiti come quello di Roma. Oc corre mettere in campo i problemi: la ripresa dei temi, si è detto, delle minoranze etnico-religiose, la ridiscussione della tolleranza «classica»; l ’ approfondimento delle situazioni delle minoranze nei paesi del socialismo reale. Uno sforzo politico e uno teorico. Che investono, in una con i problemi della nostra realtà e della nostra storia, anche il mondo arabo e modi e forme della politica di tutti i protagonisti: Israele e OPL. Senza burbanza ma con rigore e ca pacità politica. Proprio la solidarietà con i palestinesi obbliga a porre ai rappre sentanti di quel popolo i crudi termini politici del problema. La «delega» ad altri della sua soluzione e cioè il predominio d ’ interes si estranei a quelli degli attori (in questo caso pure comparse «agi te») o, di converso, la ripresa immediata di possesso del proprio destino, possibile solo attraverso un percorso (auto)critico che sbocchi in coraggiose iniziative politiche. E un fatto, se non privo di precedenti, certo straordinario che un paese vincitore sul piano militare ponga in discussione — come sta cominciando ad avveni re in Israele — non solo la politica che gli ha procurato quella vit toria sul campo, ma le radici stesse del proprio modo di essere. Qui si rivela la possibilità reale di quella vittoria politica palestine se di cui l ’ OPL parla a proposito della guerra del Libano. Perché si concretizzi e dia i suoi veri frutti occorre che all ’ indubbia vitalità del corpo sociale e politico israeliano corrisponda in tempi rapidi capacità di innovazione politica da parte dell ’ OLP. Ciò che sareb be ben rappresentato dalla ripresa e sviluppo senza ambiguità dell ’ opzione strategica dello stato democratico, laico, bi- nazionale. Al mondo esterno ad Israele — in primis ai palestinesi — com pete dunque la mossa d ’ impostazione di una nuova partita.
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