Problemi della transizione 1982

Meglio l ’ Utopia del MITO: città, metropoli, tecnologie

di Giuseppe Campos Venuti

1. La fine dei grandi spostamenti demografici

Il lungo periodo di spostamenti demografici è ormai finito e la popolazione si trasforma qualitativamente nelle sedi dove tende a restare: molti sembrano essersi accorti di questo grande cambia mento, ma pochi sono disposti a trarne tutte le conclusioni neces sarie. Dalla fine della guerra per circa 25 anni l ’ Italia ha dunque visto gli esodi e le concentrazioni più grandiosi della sua storia moderna moderna. Milioni di contadini si sono trasferiti nelle città, milioni di meridionali sono andati al nord. Lo spostamento era necessario per consentire una maggiore produttività agricola e insieme lo svi luppo dell ’ industria e poi del terziario, per riequilibrare la più al ta densità e pressione demografiche del sud con quelle più basse del nord: non era invece necessario il modo con cui il fenomeno si è verificato, abbandonato alla più selvaggia «spontaneità», pagato da un lato con drammatici traumi sociali e dall ’ altro con il perma nere — talvolta anzi con l ’ approfondirsi — degli squilibri econo mici originari. Se si riflette attentamente a questa dissennata redistribuzione demografica che ha investito prevalentemente il Mezzogiorno e le regioni del triangolo nord-occidentale, non si può fare a meno di pensare alla maggiore stabilità economica e sociale che, da dieci anni a questa parte, caratterizza al contrario la cosiddetta «terza Italia», cioè le circoscrizioni nord-orientale e centrale del Paese. Da queste regioni l ’ esodo verso il triangolo industriale si è manife stato solo nel primo dopoguerra, né in esse è mai stata alta l ’ im migrazione meridionale: in queste regioni — con la comprensibi le eccezione di Roma capitale — il trasferimento demografico dal le campagne alla città non ha interessato il solo capoluogo regio nale, ma spesso assai più i capoluoghi provinciali e negli ultimi anni perfino i centri medi e piccoli. Queste sono, con le inevitabili punte alte e basse naturalmente, le regioni dove si è sviluppata l ’ industria diffusa, i «distretti produttivi» e non le grandi fabbri che e dove l ’ agricoltura non solo ha aumentato produttività, ma anche ha mantenuto un discreto numero di addetti, garantendo una buona accumulazione primaria a vantaggio delle attività se condarie e terziarie. Questo non significa, ad esempio, che i caratteri patologici del lo sviluppo urbano legati alla rendita non abbiano influenzato al

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