Problemi della transizione 1982
MITO e Utopia
lo stesso modo le città medie, quelle grandi o le metropoli, le cit tà del triangolo nord-occidentale, del Mezzogiorno o della terza Italia: infatti il meccanismo della rendita innestato sul trend economico-demografìco generale, caratterizzava sempre la crescita in senso quantitativo, a scapito della qualità urbana. Né deve es sere un caso se la battaglia per la soddisfazione dei «nuovi bisogni» nelle città si è messa in moto ed ha registrato i primi successi, pro prio quando la pressione demografica quantitativa ha cominciato a calare. La crescita urbana, per 25 anni prevalentemente quantitativa, era tesa a realizzare quante più abitazioni fosse possibile, senza te ner conto delle disponibilità economiche di buona parte dei desti natari e trascurando completamente gli aspetti qualitativi delle città che si stavano costruendo. Il modello economico, politico, culturale della città, negli anni Cinquanta, Sessanta e in parte de gli anni Settanta, era dunque il modello quantitativo. Una di mensione demografica la più elevata possibile era l ’ obiettivo im plicito e talvolta apertamente confessato di amministratori e citta dini: si trattava di una interpretazione rozza ed acritica delle eco nomie di scala applicate alla città. Al milione di abitanti puntava no i comuni di Torino e Bologna, indipendentemente dall ’ assolu ta impossibilità per il secondo di realizzare l ’ obiettivo che, pur troppo, il primo ha raggiunto. Il comune di Milano voleva supera re i due milioni di abitanti come quello di Roma, prescindendo dal fatto che quest ’ ultimo ha una superficie quasi dieci volte più grande dell ’ altro. Se i fini politico-culturali dello sviluppo urbano erano spesso as surdi, ancor più improbabili risultavano i mezzi tecnici usati per realizzarli. Così il piano regolatore di Genova nascondeva nelle sue carte la possibilità teorica di costruire alloggi per 8 milioni di abitanti; così sommando le previsioni urbanistiche fatte nelle pro vince di Milano, Varese e Como, si sarebbero potute ospitare 21 milioni di persone. Il che, anche non considerando la valutazione politico-economica di tali proposte, era manifestamente impossi bile. Tutto ciò, naturalmente, era invece direttamente funzionale al più scandaloso e irrazionale sfruttamento delle rendite urbane, ma indirettamente serviva anche a sostenere i forti esodi demogra fici e le grandi concentrazioni, indispensabili a dare al miracolo economico le sue caratteristiche di capitalismo arretrato e selvag gio. Riesaminare questi aspetti dello sviluppo italiano negli ultimi 30 anni non serve certo se lo scopo è soltanto recriminarono, è in vece assai utile se ci aiuta a capire le possibilità offerte oggi dalla relativa stabilità demografica. Questa stabilità è frutto insieme delle conquiste economiche e sociali di tutti gli italiani, che non obbligano più meridionali e contadini a trasferirsi al nord e nelle città per sopravvivere, ma anche delle profonde disarmonie che l ’ urbanesimo accelerato e distorto ha prodotto nelle metropoli, nelle maggiori città e spesso perfino nelle città di media dimensio ne. Sicché oggi hanno smesso di crescere non solo Roma o Milano, ma anche Firenze e Bologna e si sta arrestando perfino la crescita delle cinture metropolitane.
2. La crescita urbana quantitativa
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