Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

3. La trasformazione qualitativa delle città

E mentre la crescita urbana quantitativa si andava spontanea mente frenando, è venuta lentamente in evidenza la spinta ad una trasformazione qualitativa delle città. Tale fenomeno spes so emerso dal basso, talvolta guidato da amministrazioni poli ticamente consapevoli, è stato generalmente accompagnato da quell ’ inestricabile connubio di conquiste sociali e di assistenziali smo che caratterizza l ’ Italia di oggi. A Palermo prevale di gran lunga l ’ assistenzialismo, con le migliaia di assunzioni clientelati, mentre a Bologna a prevalere è la conquista sociale, con i servizi pubblici realizzati a centinaia nel cuore dei tessuti urbani: per quanto diverse possano essere le due forme di intervento pubbli co, entrambe hanno però migliorato in qualche modo la qualità della città, rendendo possibile la sopravvivenza in quelle del sud e socializzando fortemente la vita in quelle del nord. Certo non si può affermare che l ’ arresto dell ’ urbanesimo — cioè della crescita demografica urbana — nelle metropoli, nelle grandi città e relativamente anche nelle città medio-piccole, sia dovuto al peggioramento della qualità urbana: perché al contra rio, specie negli ultimi anni, le condizioni di vita nelle città sono indiscutibilmente e profondamente migliorate. L ’ arresto dell ’ ur banesimo è un fenomeno generalmente comune nelle nazioni svi luppate dell ’ Europa occidentale: ed è frutto anche dell ’ arresto della crescita demografica nazionale, a sua volta prodotta dalle mutate — migliorate — condizioni sociali, economiche e cultura li. Si può affermare però che, almeno in Italia, dopo l ’ aumento di popolazione nelle città e il miglioramento delle condizioni di vita, oltre al manifestarsi di alcuni gravi fenomeni sociali — dalla droga alla criminalità organizzata — è sostanzialmente peggiorato il «funzionamento» delle città stesse. Ciò vuol dire che le città non si sono adeguate sul piano tecnico alle trasformazioni dovute alla maggiore popolazione e alle più complesse esigenze odierne: e che tale mancato adeguamento crea per le città italiane sempre maggiori deficenze funzionali, che si traducono in diseconomie e in carenze sociali. Quale che sia, reale o apparente, il miglioramento della qualità della vita nelle città, una cosa è certa: le condizioni che hanno fa vorito e quasi imposto lo sviluppo urbano quantitativo — il lungo periodo di spostamenti demografici verso le città — , sono ormai quasi scomparse ed esistono «oggettive» condizioni — cioè la rela tiva stabilità demografica delle città stesse — che permettono e anzi favoriscono la scelta di un modello di sviluppo urbano quali tativo. Volendo rifarsi ad un ’ analisi più specialistica del regime immo biliare capitalista, si può dire che sta tramontando il ciclo di svi luppo urbano in cui è prevalsa la rendita assoluta, cioè quella che si genera con modesti valori unitari, ma su enormi estensioni di territorio, nelle grandi periferie per capirsi. Il suo posto è ormai stato preso da un nuovo ciclo di sviluppo urbano, quello caratte rizzato dall ’ esplodere delle rendite differenziali, cioè di quelle che si generano su estensioni di terreno molto più limitate, ma con valori unitari assai accentuati: per intendersi nei centri storici, nelle aree paesistico-turistiche, negli insediamenti direzionali, in somma in tutte le zone con connotati speciali e quindi con valori

4. Il regime immobiliare e le trasformazioni urbane

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