Problemi della transizione 1982
MITO e Utopia
fondiari più elevati di quelli maggiormente diffusi, e più mode sti, residenziali e industriali. Dunque le mutate condizioni dello sviluppo urbano, senza in terrompere del tutto gli stimoli alla crescita quantitativa della città fisica, suggeriscono e con forza una sua trasformazione qualitati va, esaltando non più il numero indifferenziato dei cittadini, ma la natura dell ’ insediamento, le sue destinazioni speciali in tutti i sensi, occupazionale, ricreativo, culturale. Se questa trasformazio ne rappresenta oggi un dato oggettivo, essa può però manifestarsi con due caratteristiche di segno opposto: valorizzando gli aspetti sociali e comunitari, oppure esaltando le forme private e indivi duali, della qualità urbana tendenzialmente emergente. Si tratta dunque di prendere atto di questa trasformazione og gettiva delle condizioni per lo sviluppo urbano: di fronte a questa si può intervenire affinché prevalgano le forme sociali della tra sformazione, oppure — ancora una volta — si può assistere impo tenti al prevalere di uno sviluppo squilibrato, distorto, patologi co, all ’ interno del quale le «nuove qualità urbane» non saranno a vantaggio della totalità dei cittadini, ma dei gruppi più forti e di corporazioni spesso contrapposte le une alle altre. Riconoscere il cambiamento delle caratteristiche oggettive di sviluppo urbano è dunque la prima condizione per intervenire e per trarre da questo cambiamento tutti i vantaggi possibili a favo re dell ’ intera comunità cittadina e nazionale. Non riconoscere il cambiamento in atto significa automaticamente rinunciare ad agi re per volgerlo ai fini generali, significa accettare di fatto che esso si manifesti attraverso nuovi squilibri, disuguaglianze sociali e di seconomie funzionali. In tutto il Paese, dunque, la spinta dei «nuovi bisogni» popolari e il clientelismo assistenziale si sono combinati con le mutate con dizioni di sviluppo, producendo nelle città una migliore qualità di vita, anche se con grandi sperequazioni, sia fra il nord e il sud, sia tra le città che hanno preferito la scelta privatista e quelle che hanno accentuato la scelta pubblicista. Le città dell ’ Emilia- Romagna si trovano certamente fra queste ultime: è stata anzi proprio questa regione a compiere più o meno esplicitamente le prime scelte strategiche sulla «qualità della vita». La strategia della qualità della vita, dell ’ «effetto urbano» come si diceva all ’ inizio degli anni Sessanta, maturò dalla combinazio ne di una nuova politica urbanistica con una nuova politica della spesa pubblica comunale. La nuova politica urbanistica era tesa a contrastare le rendite e a programmare la crescita della città nell ’ interesse di tutti i cittadini — a misura d ’ uomo, come si disse allora — , piuttosto che dei proprietari di terreni e case; mentre la nuova politica della spesa pubblica era basata sul keynesiano «de ficit spending», che abbandonava il pareggio dei bilanci comunali per realizzare intensivi programmi di opere pubbliche sociali, con il dichiarato intento di operare così a scala locale una non certo marginale redistribuzione dei redditi cittadini. Sull ’ operazione si è fatta molta letteratura politica, quasi sem pre però poco approfondita, tanto nei giudizi positivi, tendenti spesso al trionfalismo, quanto nei giudizi negativi, quasi sempre superficialmente preconcetti. E, sia pure con le enormi differenze di scala e di condizioni, non è del tutto fuori luogo confrontare
5. La strategia urbana qualitativa
33
Made with FlippingBook. PDF to flipbook with ease