Problemi della transizione 1982

MITO e Utopia

mondo, ma in particolare in Italia, sembra sottovalutare i rapporti della produzione e del consumo con la natura, l ’ ambiente, il terri torio: da un lato perché ancora timida nell ’ indicare le pesanti con seguenze nazionali dei problemi di economia planetaria, dall ’ al tro perché ancora incapace di cogliere appieno i sempre maggiori condizionamenti territoriali sul sistema economico. Per troppi an ni la scienza economica, non esclusa quella più avanzata, ha consi derato le localizzazioni solo come un fatto di mercato, non ha te nuto l ’ acqua, il suolo, l ’ aria, in conto di fattori scarsi, ha quasi ignorato le potenti distorsioni apportate dalla rendita ai sistemi urbani: e ancor oggi considera le discipline ecologiche ed urbani stiche quali mode fastidiose, da marginalizzare appena sopito il momentaneo favore popolare. Eppure le particolari circostanze che attraversa l ’ economia ita liana hanno risvegliato un vivacissimo interesse per la tecnologia e la scienza. Le necessità produttive dell ’ economia italiana impon gono infatti un vero e proprio decollo tecnologico per l ’ industria e per il terziario, ma anche per la stessa agricoltura: un decollo tec nologico che dovrebbe supplire in qualche modo alla carenza dei vecchi fattori di sviluppo, mano d ’ opera e denaro a buon mercato. Questo decollo tecnologico dovrebbe essere garantito dalla intro duzione massiccia nelle aziende di tecnologie avanzate e dalla cre scita occupazionale del settore terziario produttivo: capaci di ri spondere ad una produzione più qualificata senza aumentare i co sti, ma anche di assorbire più colletti bianchi che tute blu e di se guire quindi le disponibilità attitudinali delle nuove generazioni. Il rischio è che questo risveglio tecnologico, anche se riuscirà a realizzarsi in modo diffuso — e certamente non sarà una operazio ne facile — possa restare confinato nei perimetri delle aziende, e non investa invece l ’ infrastrutturazione intera del Paese e special- mente non sia capace di provocare una vera e propria trasforma zione culturale. Il rischio è che non si capisca come il decollo tec nologico delle imprese finirà per incontrare ostacoli insormontabi li, se tutta la macchina della società nazionale non registrerà una trasformazione analoga, sia sul piano strettamente fisico che sul piano educativo, almeno per quanto riguarda i giovani. Non è possibile pensare ad una qualificazione produttiva che non si scontri con gli sprechi e le enormi diseconomie presenti nel fun zionamento tecnico delle città e del Paese e con una nuova genera zione inadeguata culturalmente a sostenere questa grandiosa ope razione. Di tutto questo i gruppi dirigenti sia politici che culturali non sembrano rendersi conto. La riforma della scuola medio superiore, che pure cerca di rinnovare le decrepite strutture genti- liane, non ha colto ancora esplicitamente la necessità di accentua re decisamente l ’ aspetto tecnico-scientifico della formazione gio vanile, non tanto offrendo agli studenti l ’ opportunità della speci fica scelta disciplinare, ma piuttosto permeando l ’ intera riforma di una svolta culturale in senso tecnico-scientifico. Né l ’ andazzo puramente quantitativo della politica per l ’ università mostra di cogliere un chiaro criterio programmatico teso a favorire nelle se di, nelle facoltà, nelle discipline (per non parlare della commedia dei dipartimenti), la formazione di laureati dei settori tecnico scientifici che il decollo tecnologico della produzione nazionale

11. Il decollo tecnologico

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