Problemi della transizione 1982

PROBLEMI DELLA TRANSIZIONE

dovranno pur dirigere nel prossimo futuro. E tanto meno i gruppi dirigenti politico-culturali sembrano av vertire l ’ urgenza di adeguare con la massima rapidità l ’ infrastrut tura tecnica delle città e del Paese. Come si fa a concepire un siste ma produttivo basato sempre più sulle tecnologie avanzate, sull ’ automazione, sull ’ informatica, sul software, che possa svilup parsi in una Nazione dove i prodotti viaggino soltanto su autotre ni e i treni procedano alla velocità d ’ anteguerra, le campagne e le città manchino del rifornimento idrico, le montagne e le coste procedano ogni giorno verso il degrado, l ’ energia per produrre e riscaldarsi costi assai più che nei paesi concorrenti, la circolazione nelle grandi città sia assicurata praticamente solo dall ’ automobi le? Come pensare che questa generale arretratezza tecnica — cul turale e infrastrutturale — , non finirà per frustrare alla fine ogni pur brillante sforzo condotto esclusivamente all ’ interno delle aziende? Se dunque il rilancio tecnologico non riguarderà in Italia anche la cultura, la mobilità, l ’ energia e l ’ ecologia, diventando una ope razione generale di profonda trasformazione, c ’ è il rischio non ipotetico che il decollo tecnologico, confinato soltanto nell ’ ambi to produttivo, finisca per non dare i risultati sperati da tutti, o ad dirittura non possa realizzarsi in forma diffusa e generalizzata. L ’ unico segnale, magari indiretto, che la infrastruttura tecnica potrebbe avere nei prossimi anni una funzione strategica per lo sviluppo, è venuto dalla proposta lanciata all ’ inizio dell ’ estate 1982 dai sindaci di Milano e Torino e diffusa dalla stampa con l ’ efficace sigla «MITO». Per la verità la stampa ha fornito, almeno inizialmente, della proposta una versione spesso distorta: «megalopoli a due teste», «c ’ è la megalopoli nel nostro futuro», hanno titolato alcuni gior nali, facendo capire che l ’ operazione MITO era una riedizione del vecchio tipo di sviluppo quantitativo, con il tentativo di concen trare fra Milano e Torino qualche altro milione di abitanti. La co sa, dopo l ’ arresto dei grandi esodi demografici è ovviamente im possibile, perché i due capoluoghi perdono popolazione, la cresci ta delle due cinture metropolitane si è quasi arrestata, come del resto la fuga dal Mezzogiorno e dalle campagne, né per ora l ’ im migrazione dal Nord Africa ha assunto andamenti precipitosi. La stessa stampa dopo un po ’ ha corretto il tiro, anche per le precisazioni dei due Comuni. Queste ultime peraltro sono suffra gate dalla recente politica urbanistica milanese e torinese: il piano regolatore di Milano infatti non prevede una consistente crescita residenziale, ma piuttosto una trasformazione terziaria, come pu re il piano di Torino che, addirittura, spera di realizzare un decen tramento nella cintura di una parte della sua popolazione attuale. La vicenda si è un po ’ complicata quando, con un certo ritardo, Genova ha chiesto di accodarsi all ’ operazione: «Milano chiama Torino, Genova diventa gelosa» hanno scritto allora i giornali, iro nizzando apertamente sul MITO che diventava GEMITO. Al ca poluogo ligure non si è potuto rispondere negativamente — an che per riparare la gaffe della dimenticanza — , ma a questo punto la questione ha cominciato a ingarbugliarsi: in primo luogo perché era più difficile sottrarsi all ’ impressione di un rilancio del vecchio triangolo industriale e allora l ’ operazione rischiava di as

12. La vicenda del MITO

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